IN VIAGGIO. BOCCACCIO: L’AVVENTURA DEL MERCANTE

di Rosalba Granata

Landolfo Rufolo.

L’opera di Boccaccio è tutta terrena. Non c’è lo slancio trascendente di Dante né la conflittualità tra cielo e terra di Petrarca.

Dante è ancora uomo del Medioevo, Petrarca e Boccaccio appartengono a un secolo di transizione, il Trecento, con già germi dell’epoca nuova e infatti l’uomo di Boccaccio, precursore dell’imminente Umanesimo, cerca di realizzare se stesso nella vita terrena, l’intelligenza lo aiuta a sfruttare ogni occasione.

Prendiamo la seconda giornata del Decameron(1) nella quale si narrano storie avventurose, «si ragiona di chi, da diverse cose infestato, sia oltre alla sua speranza riuscito a lieto fine».

È il mercante molto spesso il protagonista di questa giornata, la novella di Landolfo Rufolo è definita una vera “Epopea mercantile”.

Landolfo cerca di aumentare le sue ricchezze, per questo riempie una nave di mercanzie e con intraprendenza si mette in mare per scambiarle in terre lontane. Ma la fortuna gli è avversa, una tempesta affonda la sua nave e perde tutto. Nel naufragio per non annegare si aggrappa a una cassa che, quando viene salvato, si scopre contenereun tesoro. Torna quindi a casa più ricco di prima.

Andreuccio da Perugia, interpretato da Ninetto Davoli nel Decameron di Pasolini.

Ma la novella più famosa della seconda giornata penso sia quella di di Andreuccio da Perugia nella quale, oltre all’avventura, troviamo un vero viaggio di formazione.

«Fu, secondo che io intesi, un giovane il cui nome era Andreuccio di Pietro cozzone (sensale) di cavalli; il quale avendo inteso che in Napoli era buon mercato di cavalli, messisi in borsa cinquecento fiorini d’oro, non essendo mai più fuor di casa stato, con altri mercanti là se n’andò».

 

Nell’incipit incontriamo quindi il giovane ed inesperto Andreuccio al mercato di Napoli, per la prima volta lontano dalla sua casa e dalla sua città.

È stato mandato dalla sua famiglia di mercanti per acquistare cavalli. Andreuccio si guarda intorno, si aggira per la fiera e subito fa quello che non dovrebbe assolutamente fare: tiene incautamente in mostra la borsa piena di denaro.

Madama Fiordaliso lo inganna con astuzia.

L’imprudenza di Andreuccio attira quindi l’attenzione di una giovane «ciciliana bellissima, ma disposta per poco prezzo a compiacere a qualunque uomo». Una prostituta quindi. Con lei si trova per caso una sua serva anziana che conosceva bene la famiglia Andreuccio e va a salutarlo affettuosamente. Immediatamente l’astuta giovane pensa di poter sfruttare l’occasione e si fa dare dalla donna ogni informazione sulla famiglia del giovane mercante, quindi gli manda un messaggio invitandolo a casa sua. Andreuccio, ingenuo com’era, pensa di aver fatto colpo per la sua avvenenza e si reca lietamente all’appuntamento. Non è nemmeno insospettito dal nome del quartiere che si chiamava “Malpertugio”.

Appena arrivato alla casa della siciliana questa, in modo inaspettato, gli corre incontro e lo abbraccia molto teneramente, dandogli il benvenuto. Andreuccio è molto sorpreso per la calorosa accoglienza, e la giovane, utilizzata con scaltrezza ogni informazione avuta dalla sua serva, costruisce una intricatissima, falsa, ma verosimile, storia per arrivare infine alla rivelazione di essere sua sorellastra nata da una relazione del padre nel periodo in cui aveva soggiornato a Palermo. La madre dopo essere stata abbandonata, essendo una «ricca donna», aveva dato sua figlia in moglie ad «uno gentile uomo e da bene».

Leggendo il racconto astuto della bella siciliana non possiamo che provare ammirazione per l’abilità retorica del suo inganno, e per come sappia utilizzare la parola per convincere e commuovere.

Andreuccio rimane a bocca aperta, crede ad ogni cosa tanto che afferma «io v’ho cara quanto sorella» ed essendo ormai molto tardi accetta di dormire nella casa di Madama Fiordaliso. 

Cade nella fogna. Non si accorge che gli è stata preparata una trappola e, dopo essersi spogliato, quando chiede al ragazzo che è stato lasciato con lui dove possa andare per «diporre il superfluo peso del ventre» questi gli mostra una porta e si trova su una tavola che era stata appositamente staccata da ogni sostegno per cui cade «nella bruttura» degli escrementi. Naturalmente la borsa con i fiorini era rimasta nella stanza e naturalmente nessuno, quando bussa, gli apre la porta. Anzi, essendosi messo a urlare, viene minacciato dai vicini.

Incontro coi due ladri. Questa non è che la prima avventura del giovane che infatti, mentre cerca di avvicinarsi al mare per liberarsi del puzzo ripugnante che emana, incontra due uomini. Tenta di nascondersi ma il suo odore disgustoso ne rivela la presenza. «Io sento il maggior puzzo che mai mi paresse sentire», dice uno. Andreuccio a questo punto racconta la sua avventura e i due immediatamente riconoscono divertiti che deve essere andato nella casa di un tal Buttafuoco, uomo pericoloso, ladro e ruffiano. Può scordare i suoi denari e anzi deve rallegrarsi di essere ancora vivo.

Finisce nel pozzo. I malviventi gli chiedono di unirsi a loro per andare alla tomba di un arcivescovo sepolto quel giorno nel Duomo di Napoli con ornamenti ricchissimi. Ma prima Andreuccio dovrà lavarsi, puzza davvero troppo. I due nuovi compari lo calano in un pozzo ma poi, essendo sopraggiunte altre persone, lo abbandonano all’interno e fuggono. I nuovi venuti, assetati, tirano la fune e vedendo uscire dal buio del pozzo un uomo scappano spaventati.

Ultimo atto della vicenda. Andreuccio incontra nuovamente i suoi due compagni e si avviano insieme verso la chiesa. Qui, con pali di ferro, tolgono il pesante coperchio al sepolcro, ma chi entrerà nella tomba? Andreuccio non vuole saperne ma lo minacciano di massacrarlo di botte. Entrato nell’arca finalmente il “nostro eroe” si rende conto che non può fidarsi e dà loro i paramenti preziosi ma tiene per sé il ricchissimo anello che l’arcivescovo aveva al dito. I due ladri a quel punto lo abbandonano rimettendo il pesante coperchio. 

Andreuccio è disperato, da solo non riesce a liberarsi. Ma ecco che sopraggiungono altri ladri e anche questi cominciano a discutere su chi dovrà entrare nella tomba e uno di loro, un prete, si offre di entrare urlando «Che paura avete voi? Li morti non mangiano gli uomini». È questa l’occasione di Andreuccio che appena vede entrare il piede lo afferra forte. Il prete manda un grido altissimo e fugge precipitosamente seguito dai compagni «come se da centomila diavoli fosser perseguitati» e lasciano la tomba aperta.

Quindi finalmente il giovane ha imparato la lezione e acquisito lui stesso la capacità di “beffare”

Torna a Perugia arricchito. Andreuccio «lieto oltre a quello che sperava» torna all’albergo e, consigliato dall’oste, immediatamente parte da Napoli e «a Perugia tornossi, avendo il suo investito in un anello, dove per comperare cavalli era andato». 

J. W. Waterhouse, A Tale From Decameron, 1916.

La novella è divertente, ricca di comicità e colpi di scena, ma ben diversa è l’atmosfera dell’inizio del Decameron che si apre con una visione terrificante di morte. La città di Firenze alla metà del Trecento è infatti sconvolta dagli orrori della pestilenza che sta decimando l’intera Europa. Boccaccio descrive con realismo ogni conseguenza della peste sul piano fisico e su quello sociale.

Sette fanciulle e tre giovani, per sfuggire all’epidemia e allo sconvolgimento dei rapporti umani nella città, si rifugiano in una villa del contado e conducono il loro tempo lietamente tra innocenti divertimenti.

In ogni giornata viene stabilito un tema attorno al quale i giovani raccontano novelle caratterizzate da grande varietà tematica a cui si associa varietà di luoghi, di personaggi, di sentimenti

La società viene quindi rappresentata con realismo in ogni suo aspetto.

Al centro delle novelle è soprattutto il mondo mercantile. Il mercante viaggia, incontra nuove culture, si trova in situazioni difficili dalle quali deve uscire con la propria intelligenza.

Strettamente connessa alla mentalità del mondo mercantile è evidente la nuova concezione del mondo rispetto a quella medievale. Si afferma infatti una visione laica del destino umano. Il mondo del Decameron è totalmente terreno. È la «prima opera post cristiana in cui la trascendenza è abolita», afferma Salinari.

Sfondamento Cronologico. Il Decameron al Cinema

Due trasposizioni cinematografiche del Decameron sono state effettuate da grandi registi.

Pasolini nel 1971 e i fratelli Taviani nel 2013. E non potrebbero essere più diverse. 

Decameron. Pasolini e Ninetto Davoli.

È chiaro quello che ha voluto esprimere Pasolini: ottimismo e gioia di vivere. Lo afferma lui stesso, sottolineando come l’ottimismo di Boccaccio debba essere letto storicamente. Nel momento in cui viveva esplodeva infatti la rivoluzione borghese, era l’inizio di un’epoca nuova. E la borghesia era estremamente più vicina al popolo rispetto ad oggi. Era infatti contrapposta ai poteri tradizionali: mondo feudale, nobiltà, chiesa.

«Quindi ho ritrovato quella gioia (che nel Boccaccio è giustificata ottimisticamente dal fatto che lui viveva la nascita meravigliosa della borghesia) e l’ho, diciamo così, sostituita con quella innocente gioia popolare, in un mondo che è ai limiti della storia, e in un certo senso fuori della storia». (Pasolini)

Pasolini, quindi, mette al centro la vitalità del mondo popolare espressa nella corporalità e nella sessualità. È il popolo infatti per Pasolini il depositario dei valori veri che le classi dominanti corrompono e uccidono. Tutte le vicende (e non solo quella di Andreuccio da Perugia) sono ambientate a Napoli e i dialoghi sono in napoletano, ritenuto un dialetto tra i più vivi e vivaci.

Racconta Ninetto Davoli: «Con Pier Paolo andammo in giro per Napoli per trovare i volti delle comparse delle varie novelle. Napoli era stata scelta non contro Firenze, ma contro tutta l’Italia neocapitalista e televisiva […]. Quando il film uscì fummo attaccati anche perché avevamo privilegiato volti brutti, coi denti rovinati, con la fame e col desiderio scritti sui lineamenti. Pier Paolo aveva messo molta passione, molta attenzione nello scegliere la “fisicità” degli interpreti». 

I novellatori nel film Meraviglioso Boccaccio dei fratelli Taviani.

Nel 2013 esce il film dei fratelli Taviani, registi ricchi di vitalità seppure ormai ottuagenari. L’anno prima avevano ottenuto importanti riconoscimenti per il film Cesare deve morire.(2)

La chiave interpretativa è già nel titolo: Meraviglioso Boccaccio. Meraviglioso appunto, qualcosa quindi che desta grande stupore, incredibile a dirsi.

Al contrario di Pasolini che aveva completamente abolito la “cornice” del Decameron i Taviani la rendono elemento essenziale.

Il film parte quindi con scene di grande efficacia dall’epidemia di peste a Firenze, un mondo corrotto, sconvolto da cui fuggono i dieci giovani cercando, nel magnifico e luminoso scenario delle colline toscane della Val d’Orcia, di ritrovare la possibilità di vivere tra loro in armonia ed in armonia con la natura.

E come sempre nei film dei Taviani dal passato possiamo cogliere ispirazioni per il presente. E su questo rapporto con il nostro tempo tornano in varie interviste.

«Osservando gli orrori del mondo oggi come il clima sociale del nostro paese, abbiamo pensato ad un ritorno della peste, sempre viva e presente in forme diverse. Siamo partiti da questo pensiero per costruire tutta la vicenda intorno a sette ragazze […]. La loro forza è la fantasia, qualità tipica delle donne […]. Perché per sopravvivere si può chiedere aiuto all’arte». 

«La sofferenza dei giovani di oggi è davvero grande, […]. Con loro parliamo di questa sofferenza, ma anche della disperata volontà di non arrendersi, del bisogno di sogno, fantasia e speranza».

E grande protagonista del film è la donna (come del resto del Decameron di Boccaccio che alle donne aveva dedicato il suo capolavoro) la cui “meraviglia” è cosa straordinaria ma non sovrumana.

E naturalmente centrale è il tema dell’amore, l’amore visto nelle sue molte sfumature, sempre amore terreno, antidoto contro le sofferenze e le incertezze dell’epoca. Ma i registi colgono gli aspetti più casti e cortesi rispetto alla lettura più corporea e sessuale di Pasolini.

Paolo Taviani afferma: «Penso che nel film ci sia una sensualità sotterranea. Suggerita senza esibirla più di tanto. In tempi di battaglie per la liberazione sessuale, Pasolini ha costruito il suo bellissimo Decameron sulla rappresentazione del sesso, sul racconto dei corpi […] Pasolini faceva questa battaglia, lui era una battaglia».

Note

  1. La seconda giornata del Decameron è legata al tema della fortuna, al caso nei suoi risvolti positivi e in quelli negativi.
  2. Nel 2012 i Taviani hanno vinto l’Orso d’oro a Berlino con Cesare deve morire, docudrama di un Giulio Cesare allestito a Rebibbia che, girato quasi per caso in 20 giorni, è stato venduto in 96 Paesi.

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