EMOZIONI E SENTIMENTI: LA RISORSA DEL SIMBOLICO

di Angelo Errani

Una comunicazione aperta a più possibilità, il narrare o rappresentare con immagini, una comunicazione che consenta di trasferire significati, di interrogarsi e far riflettere senza costringere a svelare una difficoltà non ancora superata, costituisce un mediatore che accompagna la nostra storia fin dalle origini.

I racconti mitologici, le fiabe, i romanzi, i suoni, le immagini non si limitano all’incuriosire e a divertire, ma ricoprono da sempre anche una fondamentale funzione educativa.

La Repubblica ateniese curava, fin dal quinto secolo avanti Cristo, la messa in scena di opere teatrali e, offrendole gratuitamente, ne promuoveva la partecipazione dei cittadini.

«Tragedia è mimesi di un’azione seria e compiuta in se stessa la quale, mediante una serie di casi che suscitano pietà e terrore, ha per effetto di sollevare l’animo da siffatte passioni».(1)

I Greci chiamavano catarsi la funzione educativa del teatro. Avevano infatti molto chiaro che, entrando in relazione con le passioni, i conflitti e le emozioni rappresentate nelle narrazioni, gli spettatori avessero l’opportunità di imparare a gestirli poi nella vita reale. Quando gli abitanti della polis andavano a teatro a vedere e a sentire le opere di Sofocle ed Euripide, essi conoscevano già la storia di Edipo e degli altri personaggi rappresentati, perciò erano motivati alla partecipazione da qualche cosa d’altro, da quel qualche cosa di difficile definizione che costituiva la provocazione emotiva dell’opera: il senso liberatorio dal tragico del destino, il senso di purificazione dalle passioni e dall’imprevedibilità della vita. Più che la storia, era dunque l’opportunità di riconoscersi parte dell’umano rappresentato in quell’evento che motivava gli spettatori.

L’autore, l’artista, con l’opera, realizzano anche un compito sociale: ricordare alle persone, far loro provare l’esigenza di trovare un senso agli accadimenti dell’esistenza.

Per Dante la poesia era «morale negotium» e la responsabilità del poeta quella di «removere viventes in hac vita de statu miseriae et perducere ad statum felicitatis»(2).La responsabilità cioè di accompagnare gli uomini nella loro lotta contro la necessità della fatica e l’inevitabilità della sofferenza e della morte. Il poeta volle inoltre che il suo poema servisse a tutti, e per questo scelse di non usare il latino ma la lingua utilizzata nella quotidianità dalle persone del suo tempo, il volgare.

E chi non sapeva leggere? Per tutto il medioevo i predicatori leggevano dall’alto del pulpito i testi religiosi scritti in latino sopra dei rotoli di cartapesta, gli exultet. Questi, mano a mano che procedeva la lettura, venivano srotolati, scendendo così verso i fedeli, i quali, poiché i testi erano illustrati con moltissime miniature che traducevano in immagini le parole, potevano comprenderne il messaggio.

Nel ‘500 la gente riempiva i teatri per assistere all’Amletoe al Giulio Cesaredi Shakespeare, nel ‘600 accorreva a vedere le rappresentazioni delle opere di Molière e nel ‘700 quelle di Goldoni.

È sorprendente come le culture di tutte le comunità umane delle tante regioni della terra abbiano affidato alle narrazioni e ai riti, tramandati nel corso del tempo, la funzione di offrire agli uomini occasioni di riflessione sulle possibilità e sui limiti propri ed altrui e di scoprire aspetti comuni e differenze come normalità.

Le narrazioni sono un patrimonio, una fondamentale palestra di esercizio delle abilità simboliche, aiutano a imparare a utilizzare la risorsa, costituita dalle metafore, di acquisire la capacità di controllo delle emozioni che, se lasciate agli istinti, rischiano di tradursi in violenza distruttiva.

Gli esseri umani condividono con gli altri esseri viventi i materiali da cui sono formati e come i vegetali e gli altri animali vivono bisogni indispensabili per la sopravvivenza. È la possibilità di avere memoria del passato, consapevolezza del presente e possibilità di immaginare il futuro che li differenzia. Noi infatti:

«[…] pensiamo, abbiamo memoria del passato, abbiamo consapevolezza del presente e immaginiamo il futuro. Ma la più speciale delle nostre facoltà è che noi siamo in grado di osservare noi stessi mentre viviamo e operiamo. Il nostro Io convive con un Altro se stesso che si auto-osserva e spesso i due sono contrapposti: l’Io che osserva se stesso può non piacersi e può influire e modificare i comportamenti dell’Io operante. L’Io dunque è duplice. Ma spesso viene messo a tacere dal se stesso operativo. Questo è il vero e affascinante tema: due Io distinti fra loro e spesso contrapposti […]».(3)

Abbiamo bisogno di riflettere criticamente sulle idee che abbiamo, visto che queste producono inevitabilmente degli effetti nella nostra vita e in quella degli altri. Ma, dato che non è possibile sorvegliare se stessi, occorre crearne le condizioni. Le condizioni che ci aiutano a mettere in luce ciò che da soli non riusciremmo a vedere sono la relazione con gli altri e i contributi offerti dalle opere del pensiero e dell’arte. Sono queste – le relazioni sociali e l’arte – le due risorse che ci possono aiutare a guardarci da fuori.

Perché è così importante controllare ciò che pensiamo? Per comprenderlo troviamo un aiuto in un esempio offertoci da Eraclito:

«Gli uomini sono tratti in inganno riguardo alla conoscenza delle cose visibili allo stesso modo di Omero, il quale fu il più sapiente di tutti gli Elleni. Infatti dei bambini che uccidevano pidocchi lo trassero in inganno dicendogli: “Ciò che abbiamo visto e abbiamo preso lo lasciamo, ciò che non abbiamo visto né preso lo portiamo”»(4).

Dunque noi possiamo controllare solo quello che scopriamo, mentre quello che non scopriamo ci dominerà.

NOTE:

  1. Aristotele, Poetica, 6, 1449b 24-28, trad. it. M. Valgimigli (1997), Bari, Laterza.
  2. Dante Alighieri (1317), Epistola a Cangrande, inA.Teggi (a cura di) (2009), Rimini, Raffaelli Editore.
  3. Scalfari, Inferno e Paradiso dentro il nostro Io, Roma, L’Espresso, 25 giugno 2017.
  4. Eraclito, frammento 56, in, G. Colli (1993), La sapienza greca. Eraclito, Milano, Adelphi.

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