LA BRUTTA NATURA – PARADOSSO

La Brutta Natura, ovvero: perché l’enunciato «nell’uomo, tutto è culturale, storico e sociale» puzza di contraddizione

  1. Preamboli

C’è un paradosso nel rapporto tra «culturalismo» e «scienze della vita»

Ciao amici (e nemici). Se avete letto il mio articolo precedente, sapete che la sto menando con una riflessione sul rapporto tra natura, cultura, storia e società. In particolare, si tratta di precisare alcune questioni nell’ambito del dibattito sui rapporti uomo-donna, omosessualità ed eterosessualità, etc.

Dicevamo che la doxa1 del «culturalismo radicale» tende a rifiutare l’esistenza di condizionamenti specificamente biologici nell’uomo; proponendo un uomo «tutto cultura, tutto storia, tutto società», essa ammette l’ingerenza esclusiva di condizionamenti culturali, storici e sociali nella costituzione dell’individuo. Dal canto loro, le «scienze della vita» stabiliscono, primo, la relativa applicabilità di metodi d’indagine utilizzati per il vivente all’essere umano; secondo, la presenza d’un sostrato biologico sotteso all’esistenza umana. Questi due principi modulano l’assioma della continuità «uomo – vivente in generale».

Già a partire da questa caratterizzazione basica del quadro postulato dalle «scienze della vita», un problema emerge: le «scienze della vita» riabilitano quel «substrato biologico» che il culturalismo radicale tende a espellere dall’uomo.  Ora il «culturalismo radicale» (lo dicevamo prima) è raramente accettato come tale dai rappresentanti delle «scienze umane»: mi riferisco in particolare a sociologia e antropologia culturale. Tuttavia, l’espulsione del biologico da queste ultime va nella direzione della doxa culturalista. Va detto che questa espulsione é giustificata dall’esigenza di circoscrivere il campo di studio. Resta che, proprio per questo motivo, il «culturalismo radicale» (l’uomo «tutto cultura, etc.») rischia di costituire sia l’orizzonte teorico, che il postulato2 inespresso di queste discipline.

libriinnaveApparentemente, il panorama è spaccato in due «poli»: quello costituito dal «culturalismo radicale», da un lato; dall’altro, quello costituito dal «quadro postulato dalle ‘scienze della vita’». Qual é il paradosso? Primo, nessuno dei due poli può definitivamente rinunciare all’altro: il «culturalista radicale» deve ammettere una natura biologica residuale – quantomeno per mantenere l’assunto della continuità «uomo-vivente»; lo «scienziato della vita» deve ammettere il fatto culturale, storico e sociale. Nessuno dei due sembra poter integrare efficacemente il polo opposto. Secondo, in entrambi i casi si perde «un pò» dell’uomo: l’uomo come sede di potenziali condizionamenti biologici, da un lato; dall’altro, l’uomo come sede di potenziali condizionamenti culturali, storici e sociali.

Sul versante delle «scienze della vita», due casi – certo, di divulgazione scientifica – mi sembrano lampanti: Il Gene Egoista di R. Dawkins et L’Errore di Cartesio, di A. Damasio. Mi pare che, in ognuna di queste due opere, l’imbarazzo dei due autori sia chiaramente percepibile. L’uomo é un essere vivente come gli altri: una «macchina genica» garante della sopravvivenza dei geni, o un organismo le cui capacità cognitive furono modellate dalla selezione naturale – quest’ultima capace di favorire la comunicazione tra corteccia cerebrale e sistema limbico3. E però, sì, è vero, l’uomo é anche un essere storico, culturale, sociale; questo ovviamente plasma il suo comportamento, magari pure la sua struttura psicofisica. Ma vabbuò: alla fine, ciò che conta é la «sostanza»4 – quella che lo scienziato può ricondurre allo schema «mutazione-selezione»5, e isolare dagli «accidenti» della cultura, della storia e delle conformazioni sociali.

Tecno-e-CulturaNel caso «culturalista», la continuità «uomo-vivente» é postulata, ma implicitamente rifiutata: la natura è come «espulsa» dall’uomo; persino ciò che resta ha poco a che vedere col sostrato sostanziale di un Dawkins o un Damasio. Nel caso «biologico», é la discontinuità che é postulata e implicitamente rifiutata: malgrado la complessificazione evolutiva, la natura resta una sostanza immobile, infinitamente declinata, e capace (nell’uomo) di sostenere gli «accidenti» della storia, della cultura e della società.

Ora, mi direte voi, grazie di aver scoperto l’acqua calda. Sono ormai due secoli che si discute sul problema della rottura tra scienze della natura e scienze dell’uomo; due secoli che ci si mangia vivi, sull’applicabilità dei metodi di indagine delle «scienze dure» all’uomo, o sulla non applicabilità…

Sia. Però c’é una cosa da notare: in realtà, io non voglio pronunciarmi sull’applicabilità o non applicabilità dei suddetti metodi; sul «se» il divario sia giustificato oppure no; sulla continuità o discontinuità ontologica. Pas du tout. Il mio scopo è sostenere la tesi seguente: nell‘ indagine sull’uomo, dare per scontata l’una o l’altra versione del rapporto «natura – cultura, società, storia» (l’una, sbilanciata verso il culturalismo; l’altra, verso il «biologico») non risolve il paradosso. Al massimo lo aggrava. Come abbiamo già brevemente considerato – e come vedremo in seguito – i casi più problematici sono quelli in cui, da un lato, si dà per scontata una versione del detto rapporto; dall’altro, si accetta implicitamente l’altro polo della questione. In particolare, mi riferisco a casi tipo «l’uomo è tutto cultura, storia, società; ma alla fine la natura delle ‘scienze della vita’ mi va bene lo stesso».

Per questo, quando sento frasi tipo «la dominazione maschile é un fatto totalmente culturale»; o «la natura dell’uomo é la sua cultura e la sua storia: per questo il cambiamento é possibile», storgo un pò il naso. Certo, quando sento «gli omossessuali son contro natura!» vomito proprio: ma che ne sai tu della natura? Che cos’é contro natura, e che cos’é conforme alla natura? Cos’è la natura?

omosessualitàQuest’ultima frase é ovviamente una baggianata; solo, anche le altre due mi mettono in allerta: quando qualcuno le pronuncia, mi viene sempre da chiedermi «ok, ci può stare, é logico; ma alla fine, pensando in questo modo, non stai facendo un pò del tuo per aggravare il divario tra scienze umane e scienze della vita? Non stai per caso ipostatizzando6 una concezione dell’uomo nata dal bisogno di circoscrivere un ambito di ricerca? Rimetteresti in questione le conoscenze nate in ambito biologico? Non dai un pò per scontato che i processi biologici sottesi all’esistenza umana non la condizionano per niente? Non dai per scontata quella plasticità umana, che il quadro postulato dalle «scienze della vita» tende a escludere?

Queste ultime due domande sono essenziali per capire la mia posizione. A dire il vero, io non sostengo affatto che i suddetti processi biologici condizionino effettivamente l’esistenza umana, né che la «natura» sia effettivamente una sostanza immobile. Men che meno sosterrei che tali processi condizionino lo statuto dell’uomo rispetto alla donna, o cose simili. Ovviamente, c’é un baratro tra il dire «i processi biologici condizionano l’esistenza umana», e «la dominazione maschile é un fatto biologico». Questa, però, non é una buona scusa per escludere a priori la possibilità del detto condizionamento (qualunque esso sia).

Qual é il vero problema, in tutto ciò? Il vero problema é che – soprattutto nell’ambito dell’etologia e psciologia evolutiva americane – non é raro trovare spiegazioni evolutive di comportamenti normalmente pensati come «culturali, sociali, storici». Ma allora, come risponderà l’aspirante «culturalista» a tali ricerche? La reazione più diffusa sembra essere il rifiuto: chi ha fatto un pò di storia della scienza, ricorderà il destino riservato dai sociologi e antropologi alla sociobiologia7 di Wilson… Eppure, questo rifiuto puzza ancora del divario suddetto; soprattutto se si tiene conto, primo, del fatto che le ricerche sopra menzionate sono una realtà scientifica; secondo, che alcune di esse tendono proprio a riabilitare lo spirito dell’impresa wilsoniana. Basta, quindi, farci una croce sopra? Ignorarle da cima a fondo?

Ritorneremo su queste domande in seguito. Nella prossima puntata, bisognerà entrare un pò più nel dettaglio, e spiegare cosa intendo per «scienze della vita» e «condizionamento biologico». Alla prossima, ciaooooooooooooo.

Luca Ballandi

NOTE:

  1. Come si diceva l’altra volta, «doxa» sta normalmente per «opinione», o «sistema di opinioni». «Opinione» indica «vulgata», «conoscenza irriflessa» o «insufficientemente giustificata». Il culturalismo è una doxa, in quanto «vulgata», «sistema di opinioni» spesso irriflesse o insufficientemente giustificate.
  2. In filosofia, un postulato è una proposizione o un sistema di proposizioni che si accettano come fondamento di una dimostrazione. «Postulato» è participio del verbo «postulare»: ossia, accettare una proposizione o un sistema di proposizioni, come fondamento di una dimostrazione.
  3. La corteccia cerebrale e il sistema limbico sono due zone del cervello: la zona superficiale (quella con tutte le «pieghettine»), sottesa ai processi cognitivi superiori; la zone profonda, sottesa alle reazioni emotive, alla gestione dei processi biochimici di base, etc.
  4. I concetti di «sostanza» e «accidente» sono centrali, in questo articolo. In termini aristotelici, la sostanza è il substrato, lo «strato sottostante»: essa permane nel cambiamento. Per esempio: se prendiamo una mela, la mela stessa permane, mentre il colore (verde acerbo, giallo maturo, marroncino marcio) cambia. Questi cambiamenti sono degli «accidenti». L’accidente è tutto ciò che si manifesta in un essere, senza che ciò muti l’essenza dell’essere: ciò che l’essere é. Nel seguito dell’articolo, sosterrò che le scienze della vita utilizzano una concezione «sostanziale» della natura – basata su una «sostanza» genetica e informazionale. Gli «accidenti» della cultura, della storia e della società verrebbero a innestarsi su questa sostanza.
  5. Ossia, lo schema fondamentale della biologia neo-sintetica: quella che articola il neo-darwinismo e la biologia molecolare. Ne riparleremo.
  6. Da «ipostatizzare»: trasformare un’entità o avvenimento accidentale in una realtà sostanziale, necessaria e concreta.
  7. La sociobiologia di Wilson studia la relazione tra il comportamento sociale degli uomini e le loro caratteristiche biologiche, nell’ambito di un’impostazione di tipo evoluzionistico. Anche in questo caso, ne riparleremo.

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