DIARI DI PALESTINA

La strada racconta

Ho sempre desiderato visitare la Palestina, un po’ perché da studiosa e appassionata di relazioni internazionali mi sono sempre chiesta come una così lampante violazione del diritto internazionale potesse davvero verificarsi nel mondo moderno e in secondo luogo perché tale violazione è stata protratta per anni e tuttora si fatica a vederne la conclusione. L’associazione con cui sono partita si chiama OIKOS, ONG italiana che si appoggia ad altre organizzazioni locali, nel caso di specie io ho collaborato con il Jenin Creative Cultural Center. Questa organizzazione nasce nel 2003, in seguito alla seconda intifada, per riportare un po’ di normalità nelle vite di ragazzi e bambini che avevano incontrato la violenza della guerra e delle rappresaglie armate nei confronti dei loro genitori, parenti e amici. Ma soprattutto che avevano assistito alla distruzione di quel paese che chiamavano “casa”.

Mi sono preparata molto per questo viaggio, ho letto e approfondito tutto quello che trovavo su questa terra e mi sono immaginata mille volte come sarebbe stato arrivare a Jenin. La città si trova nel nord della West Bank, quindi per raggiungerla dall’aeroporto di Tel Aviv ho dovuto fare parecchia strada. Da qui non è stato particolarmente complesso raggiungere Damascos’ Gate a Gerusalemme, dove nella parte araba mi aspettava il pullman per Ramallah, prima città della West Bank. Al primo checkpoint non ci sono state grandi difficoltà, hanno fatto passare gli autobus di linea senza particolari controlli e fermavano solamente le automobili. Da Ramallah, infine, ho preso un altro pullman per Jenin dove, invece, presso uno dei checkpoint che costellano la West Bank, due ufficiali israeliani armarti di kalashnikov sono saliti sul nostro mezzo di trasporto. Hanno cominciato a controllare tutti i documenti puntando le armi per indicare chi doveva essere il prossimo a mostrare il proprio. Inutile dire che nessuno mi aveva mai puntato un qualsiasi tipo di arma addosso diversa da una forchetta. Altrettanto inutile dire che è stato realmente terrificante.

img_1642Mi hanno chiesto cosa facevo in Palestina, ho risposto che ero in pellegrinaggio e che stavo andando a visitare Nazareth. Nonostante non fosse propriamente di strada, fortunatamente, non hanno insistito. Non è stato facile mantenere il sangue freddo. L’unica cosa a cui riuscivo a pensare una volta ripartiti era che la maggior parte dei miei compagni di viaggio veniva probabilmente sottoposta a questa routine più o meno due volte al giorno tutti i giorni, se si recava a Gerusalemme per lavoro. Ma la cosa più paradossale è che tutto ciò accade proprio nella loro terra. Su cui non gli è concesso nemmeno camminare liberamente.

Passando per i paesi della zona è inevitabile notare le enormi differenze che intercorrono con le città israeliane. Tel Aviv non è troppo diversa dalle nostre moderne città europee, e questo vale anche per la parte nuova di Gerusalemme. Appena superato il checkpoint di Kalandi, invece, lo scenario cambia. Le strade sono molto più sporche e strette. Solitamente sono composte da due corsie, una per senso di marcia, con nessuna corsia di sorpasso o di emergenza e più si va verso Nord più la probabilità di trovare strade diminuisce così come quella di trovare lampioni che le illuminino.

img_1632Altra cosa che salta agli occhi appena passato il “confine” è il filo spinato, di almeno quattro metri, che spesso divide le zone abitate dagli israeliani e quelle in cui vive la popolazione araba. Infine, nelle zone palestinesi, tutto avviene in strada. Fuori dalle case, sui cigli delle strade, oltre a cani randagi e immondizia ci sono sedie, divani, letti e persone che parlano o cercano di vendere quel poco che questa terra aridissima e spoglia permette di produrre.
Più si va verso Nord più i prodotti offerti sono umili, e in generale, la povertà sembra più diffusa. Le case oltre che evidentemente malmesse e fatiscenti sono spesso decadenti e con buchi sui muri e nei tetti. Lungo la strada ho intravisto anche diverse carcasse di edifici. Sembrano case lasciate a metà invece mi è stato detto che si tratta di abitazioni che non sono state ricostruite in seguito agli ultimi bombardamenti israeliani: o perché le famiglie non potevano permettersi il restauro o perché erano tutti morti. Mi si è chiuso lo stomaco, e non era a causa del falafel mangiato a pranzo.

F.S.

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