APPETIZER BOOKS: LE AFFINITÀ ELETTIVE – WOLFGANG GOETHE

Einaudi, 2010, pp 360

di Francesco Colombrita

Osservare elementi interagire tra loro, passando da una forma a tutt’altra; mescolarli, scoprendone l’unione e la separazione; accostarli in un calderone o in un alambicco, traendo bizzarre conclusioni.

Tutto questo, e quanto di simile attiene alla materia e all’alchimia, diviene improvvisamente metafora e contenitore di vicende umane, quando Goethe impugna la penna per raccontare la storia di Edoardo e Carlotta, del Capitano e di Ottilia. Da una contrada senza nome né confini, va traendo pian piano sostanza, la realtà. Un castello si trova improvvisamente in un luogo e in un tempo preciso, così come i protagonisti vengono strappati dal perdurare costante della loro routine, per essere posti faccia a faccia con la mutevolezza delle cose. L’intrecciarsi di repulsione e affinità, di vizio e di virtù, è la scia entro cui si muovono i fatti narrati, che scavalcano le vicende per tratteggiare caratteristiche umane di inestinguibile attualità. Non è forse, l’abnegazione, una delle attitudini più incomprensibili? Non sarebbe, pensarla, come immaginare che d’un tratto il corso di un fiume imponesse a se stesso di risalire i monti anziché discenderli? Le reazioni chimiche soggiacciono alla materia umana come i sentimenti alla mente, questo sono le affinità elettive del titolo: quelle feritoie in cui la volontà sfugge alla coscienza, precipitando poi di nuovo nel silenzio, dopo essersi consumata.

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