Storie americane (II) – Antieroi alla luce del sole

Gli anni ’50 si aprono con un indiscusso capolavoro cinematografico: A Place in the Sun (1951) diretto da George Stevens, lo stesso che due anni più tardi girerà Shane, titolo italiano Il cavaliere della valle solitaria (anche se è decisamente più solitario il cavaliere della valle), e nel 1956 un’altra pietra miliare, ovvero Il Gigante, in cui per la prima volta nella storia del cinema si “invecchieranno” i protagonisti, fatto questo che ci permette di avere un’idea di come sarebbe stato un anziano James Dean, che invece morirà precocemente proprio alla fine delle riprese del film.

Quello che accomuna le tre pellicole è il ruolo non convenzionale dei protagonisti maschili: nonostante le differenze, si tratta di uomini soli, che non riescono a inserirsi nel contesto in cui, per motivi diversi, a un certo punto irrompono. Sono stranieri, esclusi, incompresi: moriranno soli o saranno costretti ad andarsene, proprio nel momento in cui sono più vicini a ottenere quello per cui hanno lottato. Gli antieroi sono le figure centrali dei film di Stevens: strano destino per dei protagonisti, ancora più strano se si tiene conto del contesto americano di quegli anni e dell’esaltazione del self-made man che ancora oggi ossessiona la società statunitense e, inevitabilmente, i suoi prodotti culturali.

A Place in the Sun è la storia di una scalata sociale tragicamente fallita. Il protagonista George Eastman, assunto nella fabbrica dei suoi ricchi parenti, riesce velocemente a conquistare sia la benevolenza dello zio, che vede in lui un giovane sveglio e brillante, sia il cuore della bella e ricca Angela Vickers. Ma proprio nel momento in cui è a un passo dall’entrare in quel mondo dorato, un errore di percorso gli si ritorce contro: potrà ottenere tutto solo sbarazzandosi della sua amante rimasta incinta, la quale si illude di costruire un futuro con lui. Moriranno entrambi: lei scivolata (accidentalmente?) nelle acque del lago, lui condannato alla pena di morte per omicidio.

montgomery clift 1951Interpreti memorabili della trasposizione cinematografica sono la diciassettenne Elizabeth Taylor (sì, diciasettenne) e un superbo Montgomery Clift, non ancora segnato dal rovinoso incidente del 1957 in cui rischiò la vita e che gli lasciò un volto segnato e inespressivo. Fu questo il film che permise alla Taylor di entrare nell’Olimpo degli dei hollywoodiani, sebbene si sentisse alquanto intimorita dal momento che, per sua stessa ammissione, fino ad allora «aveva recitato solo con cani e cavalli». Si ritrovò così all’improvviso a fare coppia con uno degli attori più bravi e affascinanti dell’epoca a cui, ancora una volta per sua stessa ammissione, «aveva dato il suo secondo bacio…che era stato assai meglio del primo». Affermazione, questa, a cui noi tutti siamo disposti a credere senza batter ciglio.

Come spesso accade per i grandi film, anche in questo caso troviamo alle spalle un classico letterario: An American Tragedy di Theodor Dreiser, che scommetto essere sconosciuto ai più (come lo era a me). Il romanzo di Dreiser fu pubblicato nel 1925 e, riprendendo un discusso fatto di cronaca avvenuto all’inizio del secolo, aveva già avuto una prima trasposizione cinematografica nel 1931. Interessante l’idea di recuperare una drammatica storia vecchia di cinquant’anni e riproporla in un contesto culturale totalmente diverso.

Apro qui una considerazione generale sulla letteratura americana che emerge dalle difficoltà incontrate nella ricerca dei classici che hanno ispirato i grandi film. Trovare questi romanzi è oggettivamente difficile. Volete leggere Una tragedia americana? Mi dispiace per voi: è fuori catalogo. Però potete prenotare una versione inglese presso la vostra libreria di fiducia. Le ricerche nelle biblioteche non danno risultati più gratificanti. Lo stesso vale per altri libri, come il romanzo di Edna Ferber da cui è stato tratto Il Gigante. Fino a poco tempo fa, persino La valle dell’Eden di Steinbeck era quasi introvabile, ma bisogna rendere onore al merito: Bompiani, proprio nel 2014, ha curato una nuova edizione così come ha proposto una versione aggiornata di Furore, che fino al 2013 potevamo leggere solo nella traduzione che ne era stata fatta durante il fascismo e risaputamente censurata dal regime (sì, per circa 70 anni non abbiamo avuto tra le mani il Furore “autentico”, quindi cancellatelo dalla vostra lista delle cose lette).

C’è poi il problema della lingua, che si manifesta in due modi: la tendenza tutta italiana a storpiare i titoli originali di libri e film (tendenza fastidiosa in quanto del tutto immotivata) e la mancanza di volontà nel dare l’avvio a una sistematica opera di traduzione aggiornata di queste opere (che tra l’altro, ricordiamolo, sono scritte in inglese, non in alto persiano antico). Per quanto dobbiamo essere grati ai grandi intellettuali italiani del Novecento (quando intellettuale era ancora una bella parola) per averci fatto conoscere la narrativa americana, è venuto il momento di andare oltre. Non possiamo aprire Faulkner, nel 2015, e trovare il termine “questurini”, come le traduzioni di Elio Vittorini suggeriscono. Una lingua riflette un’epoca (anche ideologicamente): c’è bisogno di nuove traduzioni anche in questo senso, in grado di renderci accessibili e godibili questi capolavori.

Se alla fine di tutto ciò vi siete un po’ depressi nel pensare a quanto ci siamo persi, e continuiamo a perderci, non disperate. Potete sempre consolarvi con la trilogia di Cinquanta sfumature di grigio.

Beatrice Collina

 

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