AMARCORD – 2 AGOSTO, LA STRAGE ALLA STAZIONE DI BOLOGNA

Quando l’estate è proprio estate, Bologna, lo sappiamo, è torrida e afosa. Quell’estate non faceva eccezione. Avevo ‘quasi ventun’anni’, perché allora ci si teneva a sottolineare che si era ormai ‘grandi’ e non sapevamo che, qualche anno dopo, avremmo preferito essere più giovani. Studiavo all’Università e collaboravo, da poco, a Punto Radio, che all’epoca era la radio ufficiale del Partito Comunista Italiano. Ma la ‘tessera’ non l’ho mai presa, un po’ perché mi sentivo ‘più di sinistra’ di loro, dove per ‘sinistra’ -per me- significava essere senza tanti ‘paletti’ e avere una mente aperta a 360 gradi, un pò perché ero una di quelle tipe che, come diceva Groucho Marx (che aveva tanti fratelli, ma nessuno si chiamava Karl), “non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi soci uno come me”. Sono ancora così, dev’essere un cromosoma refrattario alla standardizzazione.

Ero a letto anche se ormai erano passate le 10, ma preferivo studiare di notte e, quindi, mi svegliavo tardi. Sono ancora così, dev’essere un disturbo congenito del ritmo circadiano.Stragedibologna-2

Ad un certo punto si sentì un boato fortissimo, talmente forte da far tremare i vetri delle finestre, un rumore che non avevo mai sentito prima e che, per fortuna, non ho mai più sentito. Mia madre venne in camera mia, allarmata, dicendo che il ‘botto’ le ricordava i bombardamenti della guerra.

Doveva essere successo qualcosa di grave e, infatti, dopo pochi minuti, il suono delle  sirene era incessante. Accesi la radio per sentire se c’erano notizie e, dopo poco, sentii parlare di un’esplosione alla stazione, provocata -pareva- da una caldaia: doveva essere una caldaia enorme, per fare un rumore percepibile a un chilometro e più di distanza.

Dopo circa un’ora arrivò una signora, un’amica di famiglia, sconvolta e in lacrime: si trovava a passare davanti alla stazione e disse di aver visto tutta la gente ‘sbrindellata’, che qui da noi vuol dire ‘ferita, a pezzi’.
Il ‘dopo’ furono giorni tremendi, con autobus pieni di cadaveri e resti umani, perché le ambulanze non erano sufficienti a trasportare i feriti e i morti. Vigili, poliziotti, carabinieri, vigili del fuoco che lavoravano notte e giorno tra le macerie, aiutati da tantissimi volontari.
E poi i funerali, con la chiesa di San Petronio piena di bare, la piazza pullulante di gente, il presidente Pertini presente e commosso, come sempre nelle grandi disgrazie.

Bologna visse un trauma incancellabile per molti, come se qualcuno, qualcosa, avesse rotto la nostra proverbiale tranquillità di città piccola e tutto sommato provinciale, famosa solo per essere rossa, grassa e dotta, fiera delle sue ‘tre T’ gaudenti che nelle torri, nei tortellini e nelle tette riconosceva la sua storia più sanguigna e burlona. Una città, però, proverbialmente accogliente e solidale che, nell’ora del dramma, si era unita nel dolore, nella fatica, nell’ingrato compito di recuperare brandelli di carne umana sotto il sole cocente. E nello sdegno dato da una violenza mai sperimentata.

205402007-bd3b5c33-089e-4810-81db-019f5a11f2e5Forse mi sbaglio, ma credo che a distanza di trentacinque anni tanta generosità e altruismo non sarebbero possibili. Forse tante parole su Facebook, ma di partecipazione reale ne vedremmo poca.
Il resto è Storia, storia fatta di tante piccole storie ingarbugliate, strane, confuse, depistate, reticenti. Storie tutte tremende, che assomigliano a complicate trame di romanzi ‘criminali’.
C’è un verità giuridica, comunque. Una verità a cui, personalmente, non credo del tutto. Perché penso che non sia ancora tutto chiaro, perché ci sono elementi che non mi convincono. È un’opinione personale di una che spesso pensa cose diverse da quelle che pensano gli altri. Nuoto controcorrente, dev’essere un gene ‘salmone’ ereditato da un antenato acquatico.

Nonostante lo scorrere del tempo, non ho mai dimenticato quel giorno, aldilà delle commemorazioni ufficiali, delle parole di circostanza spesso vuote di sentimento.
Ho sempre nella memoria quelle immagini tremende di una città trasformata da quell’imprevedibilità drammatica della vita che ci tocca tutti, ma che quando diventa collettiva assume valore di tragedia.
Mi sono chiesta, per tanto tempo, come avessero vissuto ‘dopo’ i superstiti, come si portassero dietro, come una zavorra, il peso di quel trauma, di quel giorno che ha diviso la loro vita tra un ‘prima’ e un ‘poi’.

A questo interrogativo risponde, in parte, Un solo errore. Bologna, 2 Agosto 1980, il bel film documentario di Matteo Pasi prodotto nel 2012 e finalista al premio Ilaria Alpi.

Se non lo avete ancora visto, guardatelo, vale davvero la pena. E scommetto che nessuno potrà dimenticare Licio Gelli che, intervistato sulla strage, afferma che la strage è stata provocata dall’autocombustione di un mozzicone di sigaretta… A novantasei anni, il ‘Gran Maestro’ non ha ancora perso la voglia di prendere per i fondelli il suo prossimo.

Danila Faenza

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