LE TRE C PER SALVARE LA DEMOCRAZIA – COSA CI RACCONTANO I FATTI DI WASHINGTON

di Gianluca Guerra

Partiamo dai fatti: il 6 gennaio un gruppo di sostenitori del presidente uscente Donald Trump, con tanto di bandiere unioniste e spranghe di ferro, ha forzato il cordone di sicurezza ed è penetrato nel Campidoglio di Washington interrompendo la seduta del Congresso in cui si doveva ufficializzare l’elezione di Joe Biden al ruolo di 46° Presidente degli Stati Uniti.

Nel corso di ore di tensione il mondo intero ha assistito a uno spettacolo inquietante e impietoso: il cuore del sistema democratico occidentale ridotto a parco giochi di un gruppo di suprematisti bianchi violenti inneggianti all’illegittimità del voto elettorale, fomentati da Trump che su Twitter inizialmente rincara la dose lanciando minacce verso il Congresso e il suo stesso partito, salvo poi pubblicare un video in cui invita i suoi sostenitori a tornare a casa, pur ribadendo che le elezioni erano state oggetto di brogli e irregolarità. Il suo uso spregiudicato dei social media ha in queste ore trovato una battuta d’arresto, giacché sia Facebook che Twitter hanno preso la decisione di bloccare temporaneamente i suoi account proprio per l’inneggiamento alla violenza

Questo maldestro tentativo di insurrezione non è che l’esito infelice e prevedibile dei quattro anni di amministrazione Trump, che ha dimostrato ancora una volta di essere uno dei peggiori leader occidentale della storia contemporanea, ma che senza dubbio è stato capace di cambiare completamente le regole del gioco della politica americana.

Probabilmente la pesante eredità del Tycoon, fatta di Twitter al vetriolo, fake news e populismo un tanto al chilo, accompagnerà gli incubi ricorrenti degli studiosi di scienze politiche per i decenni a venire e nessuna democrazia, anche la più solida e liberale, potrà dirsi davvero al sicuro da questo morbo di cui i vari Trump, Johnson, Salvini e Le Pen rappresentano solo i sintomi più evidenti.

La vera causa, o meglio le cause di questa crisi della democrazia sono infatti ben più profonde e radicate nel tessuto della società contemporanea ed è impensabile poterle cancellare con un colpo di spugna o una elezione in cui vince il meno peggio come è successo negli Stati Uniti a dicembre o in Italia in ogni singola elezione almeno dall’inizio del XXI secolo.

Il Peccato originale risiede nella complessità stessa del mondo contemporaneo, che negli ultimi quarant’anni ha subito cambiamenti così rilevanti e veloci da stravolgere i connotati sociali, economici e politici della realtà. La globalizzazione, le nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione, l’intelligenza artificiale, i cambiamenti climatici, il terrorismo internazionale, le disuguaglianze sono solo alcune delle sfide che caratterizzeranno l’umanità almeno per i prossimi 50 anni(1) e da cui nessun individuo sulla faccia della terra potrà essere escluso. Sfide che la politica di ogni colore e ideologia, un po’ per incapacità e un po’ per interesse, ha dimostrato di non saper affrontare in modo serio.   

Oggi viviamo inoltre in un mondo in cui le distanze fisiche sono minime e quelle cognitive sono pressoché inesistenti: il tasso di alfabetizzazione a livello globale non è mai stato così alto; una quota consistente della popolazione è tempestata quotidianamente da milioni di informazioni e ha potenzialmente a disposizione l’immensità dello scibile esistente, ma non possiede gli strumenti adeguati per affrontare una tale mole di stimoli e spesso finisce per rimanerne sopraffatta.

A fronte di una società sempre più cosciente ma confusa, i partiti hanno continuato a reiterare gli stessi schemi e modelli della politica tradizionale, cioè arroccandosi nella torre d’avorio cognitiva tipica delle élites e nascondendo i problemi sotto la sabbia del tempo salvo poi attivarsi in pompa magna per trovare un capro espiatorio quando le conseguenze erano troppo evidenti. 

Questo ha provocato un lento e inesorabile scollamento tra la società civile e le istituzioni politiche, non più considerate strumenti degni di fiducia ma bensì delle inutili zavorre composte da persone interessate e corrotte. In questo vuoto pneumatico politico hanno trovato terreno fertile una vasta gamma di forze antisistema, che facendo leva sui sentimenti più elementari e forti della dotazione emotiva di ogni essere umano, la paura e la rabbia, sono entrate nella testa di milioni di persone, piegando interi sistemi al proprio volere con il peso di un’opinione pubblica che preferisce muoversi verso l’ignoto pur di spezzare il circolo vizioso dei partiti progressisti della porta accanto.

Questo lavoro di manipolazione delle masse è stato facilitato enormemente dai social network e dai nuovi strumenti di comunicazione, che hanno permesso di sperimentare forme di interazione completamente nuove e di amplificare catene di reazione che fino a 40 anni fa avrebbero richiesto ingenti mezzi e molto tempo. Come ci insegnano tanto le sardine quanto il movimento 5 stelle o i seguaci di Qanon, oggi basta un po’ di fantasia e una buona connessione a internet per portare nelle piazze migliaia di persone senza uno scopo preciso, ma armate di un comune rifiuto per lo status quo.

Il sistema democratico liberale si trova quindi oggi di fronte a un bivio non più eludibile: o riuscirà a rinnovarsi, accettando le sue carenze sistemiche e cercando di porvi rimedio, oppure cederà sotto il suo stesso peso lasciando il posto a scenari neanche lontanamente immaginabili.

Come potrà quindi salvarsi la democrazia? Come evitare il peggio?

Tre semplici parole: coraggio, competenza, coinvolgimento.

Il coraggio servirà alla politica per smettere di nascondersi dietro un dito fatto di sterili polemiche e cominciare ad affrontare in modo organico ed efficace le grandi sfide del futuro, con l’umiltà di ammettere che queste sono troppo complesse per poter essere affrontate nel placido orticello della propria nazione.

La competenza sarà fondamentale per ricostruire il legame fiduciario tra i cittadini e le istituzioni. Solo se la classe politica del futuro sarà in grado di offrire soluzioni efficaci che portino un cambiamento tangibile e positivo nelle vite delle persone si potrà spezzare l’incantesimo del terrorismo psicologico populista.

Infine il coinvolgimento sarà la chiave di volta della politica del futuro: i partiti non possono più ignorare i cittadini e la loro necessità di essere agenti attivi dei processi di cambiamento invece che subirli passivamente. Solo se la politica sarà capace di ascoltare in modo attivo le proprie comunità di riferimento, attingendo da queste il capitale umano e di idee con cui disegnare le strategie di sviluppo del futuro, si potrà iniziare un percorso virtuoso capace di costruire ponti e non fossati.

Come disse Margareth Mead, celebre antropologa americana:

«Non dubitare mai che un piccolo gruppo di cittadini coscienziosi ed impegnati possa cambiare il mondo. In verità è l’unica cosa che è sempre accaduta».

NOTA: 

  1. Un arco temporale di 50 anni è, per le scienze politiche, uno spazio sufficiente a preludere a cambiamenti radicali in un dato contesto. Equivale a due generazioni ed è un lasso di tempo utilizzato anche in alcuni studi in proiezione: https://it.businessinsider.com/dalla-guerra-nucleare-ai-super-vulcani-10-dei-piu-grandi-rischi-per-la-sopravvivenza-dellumanita-nei-prossimi-50-anni/ 

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