DIARIO DI BORDO – PRIMA SETTIMANA

di Mattia Macchiavelli

BOLOGNA, 10/03/2020
Diario di bordo n°1.

Lavoro tantissimo. Non che di solito lavori poco ma ora il lavoro è capillare, totale. La routine, lontana dall’essere dimenticata, cede il passo alle questioni straordinarie, talmente frequenti e frequentate che, in capo a un paio di giorni, saranno ordinarie. La preoccupazione è quella di tenere insieme tutto, di farsi carico di tutti e tutte, di non lasciare indietro; questa è la mia ossessione. Perché mi occupo di lavoro, di lavoro nelle dimensioni impalpabili della cultura e del ricreativo, perché mi occupo di volontariato. Impalpabili ma concrete, mai così concrete come adesso. Saltano tutti gli schemi, non è più questione di ore e di turni e di staccare il cervello per un po’, si lavora sempre e bisogna esserci sempre. Ed è così da qualche giorno ormai – non solo oggi, in cui le nostre libertà di movimento sono ridimensionate – perché il convitato di pietra di queste ultime settimane è l’incertezza.

Sono giorni strani anche rispetto a tutto il resto. Lo scriveva oggi Rosalba, dopo 7 anni fitti di attività ininterrotta, abbiamo dovuto sospendere le iniziative di Metro-Polis. Lo abbiamo deciso in maniera netta e lo abbiamo comunicato leste, ma questo fatto risuona forte in me solo ora: ferme dopo sette anni. Ha un suo peso specifico al quale non so ancora far corrispondere un’unità di misura.

In mezzo a questa landa di necessaria desolazione mi schiaffeggia un’ironia impertinente; sono giorni, infatti, in cui, grazie a una fortunata serie di casualità, vivo in una dimensione parallela in cui il Covid-19 ha disintegrato il capitalismo: giù di critiche al neoliberismo, Mao che starnutisce in Cina e s’ammala l’Europa, la cartina dell’Italia rossa con annessa colonna sonora dell’Internazionale. Flussi di coscienza un po’ a caso di cui ridere con le amiche pazze.

Ieri ho dovuto indossare la mascherina in casa, su ordine di mia madre che, essendo infermiera da non so nemmeno più quanti anni, in questa situazione diventa comandante in capo. Avevo una tosse persistente e vivo con mia nonna, che ha quasi 92 anni e va protetta. Ci siamo preoccupate un po’ ma il pensiero di combattere il capitalismo con la mascherina mi ha divertito parecchio.

Bologna, 11/03/2020
Diario di bordo n°2.

Finisco ora di lavorare, ed è un misto di risolutezza, sconforto e speranza. Ho cambiato la mia routine anche oggi e il sacrificio più grande è stato quello di saltare una riunione a cui tenevo tantissimo – rigorosamente virtuale -, quella del percorso pre-congressuale del Cassero. Un percorso che ho voluto con tutte le mie forze, per cui mi sono battuto e di cui mi sono assunto molte responsabilità. Anche se ora non è più una mia creatura, perché vive della e nella sua totale autodeterminazione politica, mi ci sento comunque legato da un cordone materno. Tuttavia, mi è bastato guardare una foto, qualche minuto fa, per rasserenarmi, vedendo quanta bellezza è in grado di esistere e di resistere: oggi me la sono persa ma è lì, c’è ed è potente. Domani potrò rintanarmici.

Nelle scorse settimane ho fatto una scorpacciata di Designated Survivor, una serie statunitense che ho beccato per caso e che ho divorato. Sono in un periodo in cui necessito di streghe ma, per evitare l’overdose di magia, avevo proprio bisogno di evadere un po’ e quel tocco di fanta-politica dell’America del nord era quello che mi serviva. Un telefilm pieno di difetti ma che mi ha colpito dritto in faccia per le tematiche di fondo: onestà, trasparenza, verità. Sento forte l’eco delle tre stagioni, anche in questi giorni strani, perché, nel dipanarsi degli episodi, il principio agrodolce del compromesso inevitabile scardina ogni categoria e ogni certezza. Un po’ quello che mi sta capitando. In un dibattito social pieno di nettezza, mi sorprendo a concordare un po’ qua e un po’ là, un po’ con questo e un po’ con quello, senza la mia solita risolutezza di pensiero. Non è da me. Un po’ mi infastidisce. Condivido la necessità assoluta del blindarsi in casa ma non me la sento di rigettare i timori per la militarizzazione dello spazio pubblico e delle menti. All’inizio di questa storia ho detto anche io “è poco più di un’influenza” – con la miseria della mia superbia – mentre ora provo disgusto verso tutte le esternazioni che da quel “solo un’influenza” conseguono (e, incredibilmente, ancora non si placano). Ho un po’ di casino in testa e preferisco problematizzare ancora di più piuttosto che trovare risposte facili, in questo Designated Survivor è una bussola assiologica interessante.

Leggo con invidia i post e gli articoli che suggeriscono letture bellissime in questo periodo di riposo forzato ma a me sembra di non aver mai avuto così poco tempo come ora. Mangio a orari improbabili, scrivo a orari improbabili e leggo molto poco e solo prima di andare a letto. Spero di entrare anche io in questa meravigliosa parentesi di letture infinite che strappano dal tedio, lo spero davvero. Anche se il tedio l’ho sempre amato, cercato e praticato con rigore.

Bologna, 12/03/2020
Diario di bordo n°3.

Proprio ieri, ho scritto che, soprattutto in questo periodo, riesco a leggere molto poco. Oggi, però, mi sorprendo pensare a come, all’inizio di questa vicenda, tutti i miei riferimenti provenissero dalla letteratura. Quasi non avessi che le pagine lette e studiate come strumenti per leggere la realtà. Ma nemmeno, sono state impressioni praticamente istantanee, forse pre-razionali, venute dal nulla: alcune passeggere, in altre, invece, ancora indugio. Ognuna di queste riguarda la peste, molto banalmente.

Il primo, primissimo, pensiero è andato a Ludovico Antonio Muratori e al suo Del governo della peste, 1722. Un testo che ho odiato, così come ho odiato tutta l’opera di Muratori, inflittami per l’esame di letteratura italiana da un professore parecchio strano che indossava cravatte parecchio strane. Mentre ogni storia della letteratura dedica a questo illustre mezza paginetta, noi lo abbiamo compulsato per 60 ore di lezione, in presenza, senza vie di scampo, senza poter fingere la caduta della connessione. Beh, sta di fatto che il buon Muratori andò in vacanza in campagna da un amico e non trovò di meglio da fare che scrivere un trattato sulla peste e sulle maniere di guardarsene. Mi conforta non essere stato solo in questo delirio reminescente, Laura, infatti, mi ha scritto settimana scorsa: «Eh niente, in questo casino mi è tornato in mente Il governo della peste del buon Muratorius».

Poi Boccaccio, ovviamente. Confesso di non aver mai amato particolarmente il Decameròn ma forse perché, come accade con Petrarca, lo si fa subito dopo Dante: ecco, per me la letteratura si ferma a Dante e nulla, prima o dopo, è mai riuscito a eguagliare la bellezza perfetta di quella poesia. Tutto quello che ho studiato nelle immediate vicinanze di Alighieri ha risentito parecchio di queste mie convinzioni. In ogni caso, l’idea di prendere Filippo, il cane e una manciata di amiche scelte per fuggire nella sua casa di montagna a raccontarci storie mi ha fin da subito rapito. Mi vedevo già come una novella Mary Wollstonecraft Shelley, a guardare il temporale dalla finestra e scrivere storie da leggere insieme davanti al camino.

Tuttavia, I promessi Sposi è stato il testo su cui più mi sono fermato in questi miei viaggi mentali. L’ho sempre amato, visceralmente. Piango ancora oggi sull’addio monti, sono la monaca di monza, non mi annoia nemmeno una riga (bugia: 2 capitoli li salterei a piè pari, ma solo 2). Complici le molteplici citazioni che sono circolate in questi giorni, mi è tornata la voglia pazza di leggere Fermo e Lucia, passando per la ventisettana e approdando alla quarantana. Lasciando ovviamente da parte le altre mille letture cominciate; con gli anni sono diventato un lettore molto disordinato. Ho scoperto con orrore di avere l’edizione del 1827 e del 1840 ma non Fermo e Lucia. In attesa di ordinarlo, mi sono messo a leggere tutto quello che potevo in merito: la pagina wikipedia su Gertrude – in cui ho scoperto che la monaca veniva additata come «puttanona italiana», prima che Giuseppe correggesse il misfatto. Mi sono sentita una paladina della giustizia -, un saggio molto interessante di Salvatore Silvano Nigro, la rilettura in chiave queer di Tommaso Giartosio. Mondi che si aprono, come sempre. Ovviamente mi sono riascoltato anche I promessi sposi in 10 minuti degli Oblivion, video che andrebbe visto e sentito da tutte, ogni giorno. Delle varie suggestioni, una riflessione di Nigro sul senso della giustizia e dell’ingiustizia mi ha colpito: «i Promessi Sposi hanno prima dichiarato che “i provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi”. A questo assurdo romanzo del Potere, che fa strazio della verità, la letteratura critica […] ha dato la patente di “storia”: affidandosi alla “verità” monumentale di una colonna piantata a futura memoria. Ma, commenta Manzoni nell’Appendice: “un monumento non è una storia: anzi, talvolta è, non solo molto meno, ma qualche cosa di contrario alla storia”». Ecco, questo brano mi ha mandato in maniera potente dentro le nostre carceri in rivolta, mi ha piantato in faccia diversi commenti che sento in merito a quanto debbano ringraziare, i nostri detenuti, se non buttiamo via la chiave, se hanno un letto su cui dormire e non li costringiamo a farlo per terra, che facciano silenzio dato che se la sono cercata e se togliamo loro le visite familiari se ne devono fare una ragione. Un assurdo romanzo del Potere.

Al netto di tutto, sono felice che sia stata la letteratura la prima a venirmi in soccorso in questi giorni strani, sfacciata e senza chiedere il permesso. Le sono grato.

Bologna, 14/03/2020
Diario di bordo n°4.

Ieri mi hanno fatto incazzare, parecchio. Mentre stavo per archiviare la giornata e dedicare tempo alle mie cose, sono stato strappato bruscamente a questi giorni, pieni ma silenziosi, da mail, messaggi e telefonate. Un ritorno a una settimana fa, in cui tutto questo era routine e in cui i succhi gastrici bussavano alle porte del mio umore almeno un paio di volte al giorno. Una settimana non è tanto, anzi, eppure nella mia testa sembra un’era geologica. Forse dipende proprio dal silenzio. Da quando la raccomandazione a stare chiuse in casa si è fatta più che pressante, ciò che ho avuto più modo di apprezzare è stato proprio il silenzio: un’assenza quasi surreale dei suoni a cui avevo fatto l’abitudine. So che a diverse persone questo fatto ha inquietato, io invece l’ho accolto con meraviglia e serenità. Il rumore di fondo della vita produttiva, di giornate fatte dagli impegni degli altri e dalle cose fuori di noi ha lasciato spazio a suoni vecchi ma nuovi, musiche coperte dal movimento che tornano a rivelarsi in questa parentesi acustica. L’altro giorno, per esempio, ho fatto caso alle campane della chiesa di fronte a casa mia: qui, al Villaggio delle due Madonne, i rintocchi non li sento neanche più, perché sono 26 anni che rintoccano a ogni ora, da mattina fino a sera; una routine armonica a cui non faccio più caso da secoli ma di cui ora mi accorgo nuovamente, nel silenzio.

Probabilmente la rabbia di ieri mi ha riportato ai concerti suonati prima che l’orchestra della quotidianità venisse messa in quarantena. In un qualche modo mi ha condotto di nuovo dentro l’ordinario, richiamandomi al senso delle cose che continuano. Non so dire se sia un bene o un male, sicuramente è una consapevolezza utile.

Questa mattina – in realtà era mezzogiorno ma al sabato io non rinuncio ad alzarmi più tardi che posso, nemmeno venisse l’apocalisse – mi ha svegliato il suono degli applausi delle persone affacciate al balcone. Non mi ero mai svegliato in un applauso. Continuo ad apprezzare questo silenzio uterino.

Bologna, 15/03/2020
Diario di bordo n°5.

Da quando questa storia è cominciata, uno dei miei chiodi fissi è costituito dai margini e dai confini.

La passione per questi elementi sfumati è in realtà una di quelle antiche, che derivano dagli studi. Da quando ho fatto un esame bellissimo, in cui mi sono imbattuto in Ricoeur e Derrida, che mi ha costretto a ragionare su cose lunari: la configurazione dell’inconscio come buco totalmente inaccessibile della coscienza o il presente come sedimentazione del morto delle esperienze. Gran viaggioni in cui, però, credo molto. Una passione rafforzata dall’inciampo negli enti minori, anche in questo galeotta è stata l’università: essere fuori corso da troppi anni mi ha regalato il privilegio di incontri che altrimenti mai nemmeno avrei immaginato di poter fare. Gli enti minori sono tutte quelle realtà dallo statuto ontologico strano, come i buchi, i riflessi o le ombre. Puoi toccarlo, un buco? Puoi vederlo? Riesci veramente a vedere un’ombra o quella di cui fai esperienza è un’assenza di luce? Gran viaggioni, appunto, ma molto utili a dare un senso alla complessità.

Trovo che il discorso della definizione (o non definizione) dei margini e dello spostamento dei confini si faccia ancora più interessante – e drammatico – quando investe le persone. In queste ore ne abbiamo molti esempi. Citavo, l’altro giorno, le rivolte nelle case circondariali e come queste definiscano e ridefiniscano in molti modi il concetto di detenuto ma anche il concetto stesso di persona. Come il potere e come l’esercizio del potere ci definisca tutte, tanto nell’agirlo quanto nel patirlo. Penso anche al concetto di casa: rifugio, luogo sicuro, unico reale presidio contro l’avanzata del Covid-19; eppure teatro di violenze, tanto che Nudm e Casa delle donne per non subire violenza hanno specificato che «#iorestoacasa per molte donne non è un invito rassicurante» e si sono adoperate a rilanciare il numero da chiamare a Bologna in caso di necessità (051333173). Penso anche alla strada, luogo bandito, interdetto, ma che per alcuni è casa: come ci si fa carico delle persone senza dimora in tempi di pandemia? Come si affronterà la situazione quando cominceranno a verificarsi casi nei dormitori? Ne parlavo con Irene in questi gironi, risposte facili non ci sono.

Dunque i confini, che quando sono applicati agli esseri umani sono ancora più bastardi di quando li pensiamo nella teoria. Affrontare questi giorni strani con la compagnia di Ricoeur, Derrida e delle ombre non mi dà risposte ma mi è di consolazione: mi fa sentire meno impreparato.

DIARIO DI BORDO – SECONDA SETTIMANA

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