L’ODISSEA DEL LIBRO PERDUTO – SCILLA E CARIDDI

Eravamo ormai a pochi isolati dal B&B, quando da un vicolo spuntarono due figure. Il primo era alto, magro, capelli lunghi, con un gilet di pelle e dita lunghe e scheletriche, con unghie affilate. L’altro, invece, era il suo opposto, basso, grasso, quasi rotondo – praticamente una circonferenza perfetta – con un giubbotto verde militare e una pelata lucida come una palla da biliardo.

Sarei scoppiato a ridere pensando a una strana coppia, a Stanlio e Ollio notturni, se non fosse stato per il passo minaccioso con cui si stavano avvicinando. Non erano, infatti, come i due comici, ma sembravano più due mostri, come Scilla, colei che dilania, e Cariddi, colei che risucchia.

Il più alto, Scilla, digrignava i denti, mordendosi il labbro, staccandosi pellicine dalle dita. Alla cintura aveva un coltello decisamente affilato.

L’altro, Cariddi, continuava a risucchiare prima col naso e poi con la bocca, mantenendola sempre ben chiusa. Le mani erano sempre in tasca. Stringevano forse qualcosa?

«Lusa» sussurrai, «Attraversiamo la strada…».
«Perché?» domandò, non capendo.
«Fai come dico».

Passammo dall’altro lato. Sapevo che non sarebbe servito a nulla, ma almeno avremmo palesato immediatamente le loro intenzioni. I due uomini, infatti, ci seguirono.

«Temo stiano per derubarci…».

Lusa mi guardò senza capire. Non feci in tempo a spiegarmi che i due uomini ci raggiunsero.

Scilla giocherellava col coltello fissato in cintura. «Ehi, qualcuno qui si è perso»

Cariddi risucchiò l’aria con la bocca, in maniera fin troppo sonora, poi disse: «Credo anch’io. Ma forse possiamo dargli una mano, che dici?»

«Sì, perché no» rispose, mentre con l’indice sinistro grattava via una pellicina dal pollice.

«V-veramente non ci siamo persi».
«Esatto» intervenne Lusa, «Stiamo andando al B&B S. Maria del Soccorso».
«Vanno al B&B, hai sentito?».
«Sì, e se possono dormire lì, allora avranno con sé molta roba, non credi?».
«Già», l’uomo risucchiò col naso, «Ma possiamo aiutarli ad alleggerirsi un po’, così da viaggiare più leggeri, non credi?».
«S-stiamo bene così» provai a dire, sperando di essere lasciato in pace.
«Oh, non c’è bisogno di fare i timidi» Scilla estrasse il suo coltello.
«Non siamo timidi» affermò Lusa. «Stiamo davvero bene così. Ora, se volete farci passare, noi abbiamo fretta».

Lo spilungone scambiò un’occhiata col compagno, poi scoppiò in una risata.

«Mi sa che questo qui non ha ben capito la situazione».

Con un gesto rapido afferrò Lusa per il maglione, puntandogli il coltello in faccia.

«Non fargli male!» gridai, appena prima di essere afferrato da Cariddi.

Scilla riprese: «E ora, pensi ancora di non aver bisogno di essere alleggerito un po’?».

«No, sto bene, grazie».

Lusa rispondeva con calma. Ancora non capiva e non afferrava la situazione. Non sapeva cosa stava succedendo e cosa sarebbe successo da lì a poco: d’altronde, non se lo aspettava! Volevo metterlo in guardia, ma non osai aprire bocca per timore di innervosire quella strana coppia.

«Cercherò di essere più chiaro» iniziò Scilla, mordendosi il labbro. «Dammi il tuo portafoglio».
«Perché?».
«Perché ho un coltello in mano e tu ora farai quello che ti dico».
«Non capisco, che collegamento c’è tra il coltello e il portafoglio?».
L’uomo restò senza parole. «Ma che ha il tuo amico? È forse scemo?».
«Non sono scemo!» reagì Lusa, ferito da una tale affermazione.
«Se non lo sei, allora dammi il portafoglio, così finiamo in fretta».
«Fai come dice» intervenni, sperando di riottenere la nostra libertà.
«Non ce l’ho il portafoglio» dichiarò Lusa a quel punto.
«Vuoi prenderci in giro?» domandò Cariddi, risucchiando l’aria da un angolo della bocca.
«No, non ce l’ho».
«Allora dacci i soldi».
«Non ne ho qui».
«Stai scherzando?».
«No».

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Lusa era serissimo e molto convincente.

«D’accordo, allora tira fuori un bancomat e andiamo a ritirare».
«Non ce l’ho».
«Carta di credito?».
«No».
«Carta prepagata?».
«No».
«Insomma, un modo per darci dei soldi adesso?».
«No».

Cariddi tirò su col naso, infastidito. «Chiedi a questo qui, allora!».

«Tu, dacci il portafoglio».
«È nella tasca destra».

L’uomo, senza aspettare, mi infilò una mano in tasca per poi estrarre il mio portafoglio. Con avidità lo aprì, ma con sua grande delusione lo trovò vuoto.

«Vuoi prenderci in giro? È vuoto!».
«Ho finito i soldi qualche ora fa…».
«Guarda se ha qualche bancomat» propose l’altro, ma con loro grande delusione ne ero sprovvisto. Con rabbia, Scilla gettò il portafoglio a terra.
«Mai visti due straccioni come voi!».

Entrambi cominciarono a insultarci. Dentro di me speravo ci avrebbero lasciati andare se fossimo rimasti in silenzio a subire le loro ingiurie. Lo speravo e forse avrei avuto ragione se Lusa fosse rimasto in silenzio.

«Nessuna delle vostre parole corrisponde a verità!» dichiarò, senza riuscire a ripetere l’offesa che aveva appena infamato sua madre.

A questo punto i miei ricordi sfumano. La paura del momento e quello che successe dopo hanno in parte offuscato la mia memoria. Ricordo che Lusa e lo Scilla iniziarono a discutere, finché quest’ultimo non fu troppo arrabbiato da riuscire a trattenersi. Fu questione di un attimo.

La mano dalle unghie affilate si strinse attorno all’impugnatura del coltello per poi scagliarsi nel fianco di Lusa.
Feci in tempo a sentire Cariddi aspirare l’aria a bocca stretta, prima di sentire mollare la presa e vederli scappare spaventati.
Restai solo, mentre Lusa si accasciava a terra, tremante e sperduto.
Proprio come Scilla e Cariddi, quei due delinquenti sembravano averci annientato: a pochi passi dalla nostra meta sembravano averci portato via tutto. Non mi restò altro da fare che chiamare l’ospedale.
Avrei salvato Lusa, ma questo avrebbe comportato un enorme passo indietro nel nostro viaggio.

Francesco Tarud

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