VENTISETTE GENNAIO – GIORNO DELLA MEMORIA

Educare ed educarci alla dignità: l’esempio di Janusz Korczak e dei suoi piccoli orfani ebrei.

di Angelo Errani

Il dottor Janusz Korczak fu per trent’anni il responsabile della Casa degli Orfani, l’orfanatrofio ebraico inaugurato nel 1912 in via Krechmabua a Varsavia. Fu questo l’impegno che caratterizzò la sua vita fino all’occupazione nazista della Polonia e al trasferimento dell’orfanatrofio nel ghetto e, in seguito, alla deportazione con i suoi duecento bambine e bambini nel campo di sterminio di Treblinka. L’esperienza educativa dell’orfanatrofio è documentata nelle sue due opere più significative: Come amare il bambino e Diario dal ghetto, che il dottore scriveva nelle ore notturne quando i bambini dormivano. È grazie alle Memorie di Nahum Remba, un impiegato della Judenrat in servizio alla stazione di Varsavia in quel giorno dell’agosto 1942, che abbiamo la possibilità di conoscere come Korczak aiutò i suoi piccoli orfani, dopo aver vissuto, anche a morire con dignità.

«[…] Quel mattino, dopo colazione, i tedeschi fecero irruzione nell’Orfanatrofio. Mentre Korczak otteneva quindici minuti per far preparare i bambini, Stefania e gli altri educatori non persero tempo e, cercando di mantenere la calma, iniziarono ad aiutare gli orfani a prendere alcune cose: un libro o il giocattolo preferito, il diario, oltre ad un sacchetto di pane ed una bottiglia d’acqua ciascuno. Erano puliti e ben pettinati. Si mossero in fila per quattro e, guidati da Korczak, che teneva il più piccolo in braccio ed un altro per mano, iniziarono compostamente la loro marcia. Erano in totale centodue bambini e dieci adulti. Non mancava neppure la bandiera verde del Re Mattia. Marciando, il gruppo cantava la Varsovienne, l’inno dei rivoluzionari del 1830. Arrivarono alla stazione ferroviaria verso mezzogiorno. Quando toccò ai bambini salire sui vagoni, si fece largo fra la folla un soldato tedesco che consegnò al dottore un biglietto. Era un salvacondotto per Korczak che venne sdegnosamente respinto. Non fu semplicemente un salire sui vagoni, si trattò piuttosto di una protesta silenziosa organizzata contro il regime omicida».
Lewin A. (1993), Una coppa di lacrime-Diario dal ghetto di Varsavia, Milano, Il Saggiatore.

«È morto così uno degli uomini più puri e più nobili che siano vissuti, l’orgoglio del ghetto. Il suo asilo infantile era per noi una fonte di coraggio… Egli consacrò tutta la sua vita, tutta la sua opera di educatore e scrittore, ai bambini poveri di Varsavia dai quali, anche nell’ultimo istante, rifiutò di venire separato. La casa ora è vuota, le guardie puliscono le stanze dei bambini assassinati».
Berg M. (1991), Il ghetto di Varsavia- Diario (1939-1944), Torino, Einaudi.

La violenza verso chi viene considerato inferiore non si è fermata a Treblinka. Le frontiere che respingono un’umanità rappresentata come una minaccia al benessere di chi, per sorte, vive in paesi con migliori condizioni di vita ne sono una prova nella quotidianità. La memoria ci può aiutare a saper vedere la cultura che alimenta la disumanità anche nel presente e a non dimenticare che essa, se non curiamo l’educazione, la nostra insieme a quella di chi sta crescendo, invade progressivamente persone e istituzioni. Convenzionalmente siamo abituati a pensare che l’educazione, essendo adulti, non ci riguardi e che debba limitarsi a chi deve ancora crescere.

A Korczak non piaceva la parola minori. Che cosa significa minore? Si chiedeva. Minore, significa qualcuno che è meno e che, quindi, ha meno importanza. Ma l’infanzia non è una vita che deve ancora evolvere verso la pienezza, le bambine e i bambini sono già persone complete. Adulti e bambini condividono la stessa natura, che è per tutti complessa e contradditoria, e in continua evoluzione. I bambini sono già dotati di tutte le facoltà necessarie alla vita, hanno quindi solo la necessità che queste vengano loro riconosciute, hanno cioè bisogno di venire trattati con serietà e rispetto.

«Gli adulti pensano che i bambini passino il loro tempo a fare sciocchezze […] ma gli adulti dicono e fanno sempre cose intelligenti? […] Pensano: un bambino non ha ancora vissuto, quindi non può capire! Ciascuno di noi è stato bambino ma lo ha poi dimenticato e ritiene di essere diventato intelligente solo da grande. Ad ascoltare gli adulti i bambini sarebbero tutti incoscienti: come se tra loro non ce ne fossero!… Si direbbe che esistano due vite: la loro, seria e degna di stima, e la nostra, una vita da ridere… Ecco spiegata la mancanza di considerazione: i bambini non sono altro che gli uomini di domani… Forse che non viviamo, non sentiamo, non soffriamo e godiamo come gli adulti?… Abbiamo vissuto con l’idea che grande è meglio di piccolo: bisogna essere grandi, occupare un bel po’ di posto per suscitare stima e ammirazione. C’è una violenza profonda e diffusa in questa convinzione che ingenera anche nei bambini il culto della forza e il disprezzo dei più deboli, pertanto, appena potranno, si rifaranno con qualcuno più debole di loro».
Korczak J. (2013, ed.or.1929), Come amare il bambino, Milano, Luni Editrice.

Fiducia, rispetto e condivisione sono i riferimenti della straordinaria esperienza educativa della Casa degli Orfani di Varsavia.

Il programma della piccola comunità, il che cosa fare e come farlo, riguardava tutti, adulti e bambini, perché, sosteneva Korczak, i bambini non pensano affatto meno e peggio degli adulti, pensano solo diversamente e, quindi, hanno il diritto di venire ascoltati e di partecipare alle decisioni. Nelle riunioni settimanali ciascuno faceva proposte e veniva ascoltato con attenzione, senza prevenzioni o paura di venire deriso. Le riunioni erano una palestra di libertà di pensiero e di parola, di dialogo ed esercizio della democrazia fra diversi.

Il Giornale era lo strumento che consentiva di conservare memoria degli avvenimenti della settimana e di indicare le prospettive per quella seguente: riferiva le decisioni prese, accoglieva i suggerimenti proposti e veniva letto collegialmente in modo da favorire l’espressione delle opinioni personali e la discussione.

Gli inevitabili problemi e conflitti di una comunità tanto numerosa avevano poi l’opportunità di venire trattati dal Tribunale che, presieduto da cinque bambini eletti a turno settimanalmente, costituiva una istituzione che serviva a difendere i più deboli dalle prepotenze e un allenamento a interpretare l’esercizio dell’autorità non come abuso ma come servizio. Il Tribunale non prevedeva punizioni, ma esercitava i bambini alla fiducia nella forza educativa del perdono, del ravvedimento, alla consapevolezza che diventare migliori richiede tempo e fatica. Le sentenze, lette pubblicamente, iniziavano con la seguente formula:

«Se qualcuno ha combinato qualcosa di male, la cosa migliore è perdonarlo. Se lo ha fatto perché non sapeva, adesso lo sa: Se lo ha fatto involontariamente, nel futuro sarà più prudente. Se lo ha fatto perché qualcuno lo ha indotto, nel futuro non seguirà più quei consigli»

Anche gli aspetti comunemente considerati di scarsa importanza, come la pulizia degli ambienti e le piccole esigenze personali, trovavano la giusta considerazione nella Casa degli Orfani. Ognuno, compresi Korczac e gli educatori, contribuiva in proporzione alle rispettive capacità. In questo modo si sperimentava il valore della collaborazione e, restituendo dignità al lavoro, anche al più umile, si consentiva di scoprirne l’utilità per se stessi e per gli altri. Il lavoro inoltre veniva retribuito e ciò consentiva di poter far fronte alle legittime piccole necessità individuali e di imparare il buono o il cattivo uso che si può fare del denaro.

A distanza di pochi giorni dalla deportazione, quando pensieri e sentimenti avrebbero dovuto essere invasi dall’angoscia, si potevano leggere sul Giornale della Casa degli orfani articoli che avevano per argomento: Perché sparecchio la tavola dopo aver mangiato.

«La mia vita è stata difficile ma interessante. Questa è la vita che pregavo Dio di concedermi quando ero giovane»
Janusz Korczak

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