SENZA TREGUA: FAR PARTI UGUALI TRA DISEGUALI

“L’occidente difende se stesso se difende Israele,
se difende la sicurezza in quella parte del mondo”
(Angelino Alfano)

Quando viene annunciata la tregua a Gaza, la Cisgiordania festeggia, movimento irriflesso di un unico corpo diviso. I venditori di cahua (caffè) ne offrono bicchieri ai passanti, sorridendo, e mentre cammino per strada percepisco come una distensione di membra contratte, un sospiro generalizzato per un massacro che rimane in sospeso. Eppure, da queste parti l’entusiasmo è un fuoco di paglia, e la realtà un secchio d’acqua gelida. Continue reading

LE OSTRICHE DI GENGIS KHAN

«Per le ostriche l’argomento più interessante deve esser quello che tratta delle insidie del gambero, o del coltello del palombaro che le stacca dallo scoglio» (Giovanni Verga, Fantasticheria)

Khalid al-Sanih Daraghmah ha dei bei baffi e occhi vispi, sempre in movimento. Parla un arabo veloce, senza prendere fiato, Khalid non ha tempo da perdere. Le parole si affollano, inseguono il pensiero senza mai raggiungerlo. In inglese sa solo dire, o meglio gridare, “Why this?” e “This for me”, ma queste due frasi racchiudono quasi tutto quello che vuole comunicare: l’insensatezza di ciò che subisce, la consapevolezza che continuerà a resistere. Continue reading

GIOCARE ALLA GUERRA

Riassunto delle puntate precedenti:

1948, anno dell’indipendenza per Israele, per i Palestinesi Nakba, la Catastrofe. Ben Guriom e gli amici suoi pianificano e attuano con mirabile efficacia il cosiddetto Piano Dalet, ovvero la pulizia etnica del territorio che ora è considerato Israele. Centinaia di villaggi distrutti e circa 800.000 palestinesi in fuga, convinti di poter presto tornare. A 64 anni di distanza, loro e i loro figli e nipoti vivono nei campi profughi in Cisgiordandia come a Gaza, in Siria come in Libano e in Giordania. Ad oggi, i rifugiati palestinesi nel mondo si calcolano intorno ai 5 milioni, contro i 6,1 milioni di palestinesi in Cisgiordania e Gaza. Quale futuro per queste persone? Nessuna possibilità di ritorno nelle loro case, perché  Israele, secondo la definizione ufficiale, è uno Stato democratico ed ebraico, il che implica la necessaria superiorità demografica degli Ebrei sulle altre minoranze. È solo in quest’ottica che si possono capire le politiche sioniste, solo così si comprende perché la Nakba non è mai finita, dall’occupazione completa della Palestina storica (Gerusalemme compresa) nel 1967, alle quotidiane demolizioni di case in Valle del Giordano come a sud di Hebron come a Gerusalemme Est, all’espansione delle colonie e all’appropriazione delle risorse idriche. La lente di lettura che, credo, unisca tutti i tasselli è proprio l’adagio il massimo di terra con il minimo di Palestinesi. Non è quindi mera conquista, la guerra si gioca anche sul piano demografico. È per questo che la West Bank non è stata semplicemente annessa allo Stato di israele: la popolazione non ebrea sarebbe più numerosa. Idem per Gaza: tutti questi territori vanno bonificati dagli Arabi. Una pulizia etnica strisciante e costante, creativa e diversficata: divide et impera, certo, ma anche ubi solitudinem faciunt, pacem appellant. Desertificare per ripopolare. Continue reading

FAR FIORIRE IL DESERTO (parte 2)

Sono in un appartamento di Tel Aviv. Seduti davanti a me ci sono Tom  e Schlomo, due giovani attivisti israeliani. Discutiamo da un’ora su ciò che meno conosco e comprendo, ovvero il punto di vista israeliano sull’occupazione. Occupazione che viene ridotta, anche lessicalmente, a conflitto, termine che suggerisce uno scontro tra attori sullo stesso piano. Alla fine, poi, il conflitto stesso viene normalizzato, diventa una quotidianità indifferente e allo stesso tempo si allontana, si fa silenzioso, viene digerito e interiorizzato.

L’intera società israeliana è pervasa dalla guerra, anche al suo interno. Il militarismo è l’altra faccia del sionismo. La mobilitazione totale ne è condizione necessaria. Schlomo racconta: «L’esercito è una presenza costante agli occhi dei bambini. Ricordo un gioco, alla materna, che consisteva nel collegare un’immagine ad un’altra immagine della stessa categoria. C’era un fucile disegnato, e bisognava tracciare una riga che portasse ad una colomba o ad un ramo d’ulivo. Alle elementari invece ci facevano scrivere letterine di ringraziamento ai soldati, e preparavamo per loro dei dolcetti da portare in caserma. Alle superiori spesso il supplente era una soldatessa che ci raccontava l’importanza e la bellezza di servire il proprio Paese».
Prosegue Tom: «L’esercito è la cosa più sacra, è intoccabile, non si può criticarlo in nessun modo. Ancora oggi, gli obiettori di coscienza possono evitare la leva obbligatoria solo per ragioni di salute o di salute mentale. Sennò vai in carcere, finché non vieni considerato non idoneo al servizio militare. Senza contare le pressioni familiari e sociali che devi subire se decidi di non prendere parte alle politiche di questo Stato di Apartheid».

Insisto, chiedo come sia possibile questo consenso così ampio intorno ad un disegno criminale che va avanti, imperterrito, da decenni. Tom ha una sua tesi al riguardo: «C’è un lavaggio del cervello costante che sfrutta il concetto di sicurezza. Parlare di continuo di sicurezza fa nascere la paura, e con la paura si può fare di tutto». Mi cita una frase attribuita nientemeno che a Herman Goering: «Ovviamente, la gente non vuole la guerra. Perché mai un contadino pezzente dovrebbe rischiare la vita in guerra quando il massimo che ne può ottenere è tornare alla sua fattoria tutto intero? Naturalmente, la gente comune non vuole la guerra; né in Russia, né in Inghilterra, né America, e per quello neanche in Germania. Questo è ben chiaro. Ma, dopo tutto, sono i capi della nazione a determinarne la politica, ed è sempre piuttosto semplice trascinare la gente dove si vuole, sia all’interno di una democrazia, che in una dittatura fascista o in un parlamento o in una dittatura comunista. […] La gente può sempre essere condotta ad ubbidire ai capi. È facile. Si deve solo dirgli che sono attaccati e accusare i pacifisti di mancanza di patriottismo e di esporre il paese al pericolo. Funziona allo stesso modo in qualunque paese».

2011palestinan_map1-300x204Non basta. Tom aggiunge, con voce ferma, che «in realtà la maggior parte degli Israeliani non è estremista come i coloni. È solo apatica: gli Israeliani impiegano moltissime fatiche e sforzi continui nel non volere vedere». Schlomo mi racconta allora della sua personale presa di coscienza: «Sono nato in kibbutz. Tutti erano molto militaristi e molto sionisti, lì dentro. Un giorno, ero ancora un bambino, vidi un villaggio abbandonato, poco lontano dal mio kibbutz. Cominciai a chiedere in giro perché quelle case fossero vuote, sembrava che non ci vivesse nessuno da decine d’anni. Nessuno mi rispondeva, sviavano le mie domande o mentivano. Fu allora che compresi che c’era qualcosa di nascosto, qualcosa di cui non si poteva parlare. Quello era uno dei villaggi ripuliti durante la Nakba, i cui abitanti e i loro discendenti vivono, forse, in un campo profughi da qualche parte, senza poter ritornare». Continue reading

FAR FIORIRE IL DESERTO (parte 1)

“Nella gola del serpente
fa un buio pesto
scommetto che è per questo
che non vediamo niente”
Il Teatro degli Orrori, L’impero delle tenebre

Tel Aviv è una splendida cecità. La guerra è lontana, l’occupazione sembra distante, in un’altra dimensione, in un’altra epoca. In verità, si spara a poche decine di chilometri, ma qui è tutto attutito, la città è protetta da una cappa di luce artificiale, percepisco come un filtro, un silenziatore posato sulle villette a schiera e i giardini ben curati.
Le immagini di un’Occidente tollerante ed opulento scaturiscono da ogni angolo, ma la quotidianità dei Territori Occupati, una quotidianità ancora vivida nella mia memoria, genera un contrasto insopportabile con questa che mi sembra una realtà di carta, ho nelle orecchie una cacofonia continua, un senso di nausea in gola. È il mito della caverna di Platone applicato allo spazio urbano: una sfilata di belle figurine viene proiettata continuamente sulle pareti della grotta, e la grotta stessa è rivestita da una carta da parati che raffigura spiagge dorate e grattacieli.
A Tel Aviv non vedrete scritte sui muri contro il sistema, niente falci e martelli né “la legge è illegale”, ma bombolette che disegnano stelle di David e raccontano di orgoglio nazionale.

Il memoricidio ha raggiunto gli obiettivi prefissati: Yafo, delizioso e pittoresco quartiere di Tel Aviv, aveva 120000 abitanti palestinesi prima della Nakba. Dopo la pulizia etnica, ne rimasero circa 3900, molti fuggirono via mare, fino a raggiungere Gaza. Yafo si chiamava Giaffa, i suoi pompelmi sono oggi un simbolo israeliano, le sue case, distrutte durante i bombardamenti e le deportazioni e in seguito ricostruite, divennero abitazioni per artisti ebrei. Continue reading

LA SCELTA: TRADIZIONE O LIBERTÀ?

Ho scritto la seguente storia grazie alle testimonianze che raccolgo ogni giorno dai miei studenti. I personaggi sono fittizzi ma tutto proviene da fatti realmente accaduti.

Il mio nome è Lin Shi Ping. Vengo da una piccola citta’ della Cina (definiamo piccola una citta’ di 1 milione di abitanti) e vivo con i miei genitori, una sorella più grande, i miei nonni, mia zia, mio zio e il mio cuginetto di 3 anni e mezzo. La nostra famiglia è davvero grande e viviamo tutti insieme. Io, in realtà, li vedo soltanto durante i finesettimana perché dal lunedì al venerdì rimango nel dormitorio della scuola. Frequento le scuole superiori e non mi piace molto studiare. In Cina il sistema educativo è diverso da quello di tutto il resto del mondo, ne sono sicura. Le mie giornate sono abbastanza monotone. Sveglia alle 6 del mattino, mi lavo il viso e mi vesto in fretta e furia. Esco e mi faccio trovare nel campo dove con tutti gli insegnanti e gli studenti della scuola cantiamo l’inno nazionale, marciamo e corriamo per 15 minuti. Alle 7.20 iniza la prima lezione. Ogni giorno studiamo le stesse materie. In storia parliamo della guerra contro il Giappone e l’insegnante ci insegna ad odiare il Giappone e i giapponesi. Il professore di geografia ci parla della Cina, mostrandoci tutti i “suoi” territori, compresi Taiwan, Hong Kong e il Tibet. Siamo costretti a studiare tutto a memoria per passare gli esami, ma la maggior parte delle volte nessuno si ricorda più nulla una volta passati. A volte vorrei tanto intervenire in classe per poter esprimere le mie idee o per imparare di più, ma in ogni classe ci sono almeno 50 studenti e nessuno deve interrompe l’insegnante, nessuno può intervenire in classe. Bisogna fare silenzio ed ascoltare quello che ci viene spiegato, prendendo appunti.

Il pomeriggio ho una pausa di circa due ore per mangiare e una mezz’ora per dormire. Mi piace leggere durante la pausa. Adoro storie fantastiche che parlano di magia, creature immaginarie, ma tutti i miei compagni di classe mi prendono in giro chiamandomi guaidan. Dopo la pausa ho lezione fino alle 5 del pomeriggio. La nostra insegnante di inglese continua a raccontarci storie orribili sull’America e sull’Europa. Dice che non abbiamo bisogno di uscire dalla Cina perché tutto quello che possiamo volere è qui. Dice che il comunismo è la miglior cosa che ci è capitata e che siamo fortunati ad essere cinesi. Che la Cina è il paese più forte, che siamo la potenza più grande al mondo e tutto è sicuro e controllato. Ci racconta dei crimini commessi all’estero e dice che tutti i paesi al di fuori dalla Cina sono pericolosi. In realtà non credo la mia insegnate possa davvero giudicare, non è mai stata all’estero. Continue reading

AL-KHALIL

Al-Khalil, Hebron in ebraico, è l’apice della contraddizione, tra contrapposizione e mescolamento, tra esclusione e scontro. Il significato etimologico del nome di questa città, situata a 30 chilometri a sud di Gerusalemme, è “Amico”, in arabo come in ebraico. Un luogo straziato da odi viscerali ma che, ossimoro vivente, richiama ad una fratellanza che non c’è. Al-Khalil è un tappeto che ricopre i colli tipici del sud della Cisgiordania, è un saliscendi continuo, una città ondulata, una città ardua. Qui vivono più di 200000 Palestinesi e tra i 500 e gli 800 coloni israeliani, “protetti” da almeno 2000 soldati delle forze di occupazione. Qui l’esperimento dello Stato sionista di esclusione degli indesiderati ha raggiunto il livello più alto di perfezionamento, è aperto, palese, eloquente.

Il 25 Febbraio 1994, Baruch Goldstein, colono di origine statunitense, aprì il fuoco all’interno della Moschea di Ibrahim e uccise 29 Palestinesi in preghiera, ferendone 125. Fu sepolto nella a Kiryat Arba, colonia illegale che è una lama di coltello che lambisce la città e vi penetra dentro; sulla sua tomba c’è scritto “Al santo Baruch Goldstein, che diede la sua vita per il popolo ebraico, la Torah e la nazione di Israele”.

Da allora, la città fu divisa in due zone: H1, sotto il controllo palestinese, e H2, sotto il controllo israeliano. Quest’ultima sezione, che comprende il centro storico della città, è abitata da decine di migliaia di palestinesi, che anno dopo anno si vedono costretti ad abbandonare la loro abitazione. Parlare di restrizioni è un eufemismo: solo per fare qualche esempio, essi subiscono ogni il divieto di transito in automobile, i checkpoint per entrare e uscire dall’area come anche quelli all’interno, la chiusura di centinaia di negozi, strade sbarrate da muri e filo spinato. La sensazione immediata che ho è di passeggiare per una città fantasma, svuotata ed esangue, il cui confine non è stato tracciato ma innalzato, barriere di cemento armato che soffocano le arterie di un corpo agonizzante.

Shuhada Street, la strada dei martiri, è l’emblema di questa follia. I negozi che si affacciano su questa via sono sbarrati, e sui loro portoni sono evidenti le stelle di David disegnate con la bomboletta dai coloni; su uno, in particolare, si legge chiaramente “Gas the Arabs”. È un déjà vu che gela il sangue.

Nel bel suq che si articola per le stradine poco distanti c’è un non so che di inquietante: alzo lo sguardo e vedo una grata sopra alla mia testa, a tre metri di altezza, piena di spazzatura. I coloni hanno occupato i piani superiori degli edifici e gettano sui passanti ogni sorta di oggetti, sassi, spazzoloni per il gabinetto, rifiuti di tutti i tipi, feci. Vedo anche un paio di bottiglie di vino. Tra le architetture arabeggianti spunta improvvisa una torretta militare: ce ne sono a non finire, conficcate sui muri delle case, spesso a segnalare la presenza di una base dell’esercito. Siamo in pieno centro urbano, e innumerevoli sbarramenti amputano spazi ed edifici strappandoli agli abitanti per cederli a coloni e soldati. Continue reading

Viaggio in Palestina

‹‹Viaggio in Palestina›› è il titolo che abbiamo deciso di dare all’Aperitivo a Tema di Metro-Polis svoltosi il 27/06/2014 presso il suggestivo Parco dei Giardini Ca’Bura, via dell’Arcoveggio 59/8, Bologna. In questa occasione Handala, nostro socio della prima ora, neolaureato in scienze politiche, ci ha concesso l’opportunità di attingere a piene mani dalla propria esperienza di volontario in terra palestinese.
Metro-Polis non si sottrae, anche in questi tempi di desertificazione ideologica, al proprio dovere civico fondamentale: fare politica, nell’ottica della nostra associazione, significa stimolare la coscienza critica di ciascuno, significa elaborare insieme un vissuto esperenziale in grado di ampliare i propri orizzonti di pensiero; significa, perché no, avviare un confronto-scontro in cui ogni persona possa esprimere il proprio modo di essere e di sentire. La formula, ormai consolidata, dell’Aperitivo a tema permette di poter trattare tematiche non semplici in un’atmosfera priva di perniciose ampollosità da conferenza: il valore della leggerezza offre l’opportunità di toccare l’intimo di chiunque sia disposto ad ascoltare, in una prospettiva di totale orizzontalità partecipativa. È in virtù di questa prospettiva che abbiamo chiesto a Handala di raccontarci la propria esperienza: più volte volontario in Palestina con l’International Solidarity Movement, si è aperto a un dialogo rispettoso e profondo con Metro-Polis, condividendo il proprio vissuto personale, raccontandoci quanto gli è accaduto con parole rigorose e al contempo intime. Ogni mio resoconto risulterebbe banale, quindi mi taccio e faccio un passo indietro: Handala ci ha gentilmente concesso di ripubblicare alcuni articoli, scritti nel 2012 e ancora di straordinaria attualità, già pubblicati su Il Manifesto di Bologna, all’interno del blog di Metro-Polis. Mi pare importante lasciare spazio a parole autentiche, in cui trabocca un’esperienza viva, realmente patita e scevra dall’apriorismo della distanza. Pubblicheremo, quindi, otto articoli di Handala, uno al mese, volendo dare continuità e risalto a un tema di così drammatica attualità, scegliendo un punto di vista preciso e interno, con la speranza di stimolare un dialogo costruttivo con chi dovesse pensarla in maniera differente.
Al termine dell’articolo di Handala troverete una bibliografia essenziale sull’argomento (romanzi, saggi, poesie, film, documentari e siti internet) redatta dallo stesso e da Roberta Merighi, nostra affezionata socia: un grazie ad entrambi per la disponibilità e la collaborazione.

Mattia Macchiavelli

Viaggio in Palestina

OLIVE IN FIAMME

Il 6 Novembre è stata annunciata la costruzione di 1213 unità abitative nelle colonie di Gerusalemme Est, occupata dal 1967: è stato questo il messaggio che Israele ha inviato agli Stati Uniti in vista delle elezioni presidenziali. Secondo Richard Falk, il Rapporteur per i diritti umani nei Territori occupati, oggi in Cisgiordania si contano più di 600.000 coloni: ecco il famoso processo di pace di Netanyahu e soci. Questi sono i dati. Ma i dati, di per sé, non parlano. Voglio provare a raccontare come questi numeri si traducano nella lingua viva di chi sta qui, in Palestina.

Burin è un villaggio palestinese a sud di Nablus (la città più popolosa della Cisgiordania). Da qualche settimana andiamo a raccogliere le olive da alcuni contadini. Diamo loro una mano, ma in realtà la nostra funzione principale è quella di tentare di impedire gli attacchi dei coloni e dell’esercito. Il villaggio è in una piccola vallata schiacciata tra due colline, sulle quali salgono i terrazzamenti degli ulivi. In cima ad ognuna di queste colline, una colonia e un avamposto militare: Bracha a nord, Yizhar a sud.

I contadini tentano di fare ciò che facevano i loro padri e i padri dei loro padri prima di loro: curare i loro alberi, raccoglierne i frutti verdi e neri, farne olio. Non mi viene in mente azione più innocua, persino romantica per noi cittadini urbanizzati. Se non fosse che per i coloni che vivono poco distanti quella è terra di Israele, promessa dalla Bibbia, rubata dagli Arabi, e loro dovere è riconquistarla ad ogni costo, con ogni mezzo. Nè più, nè meno.

Continue reading