LA TESTA FRA LE NUVOLE. I RISCHI DI UN’EDUCAZIONE LIMITATA AL FAR ESPERIENZE E A CIÒ CHE È FUNZIONALE. L’IMPORTANZA DEL PENSARE, DIALOGARE, IDEARE

di Angelo Errani

«Hai la testa fra le nuvole». Ricordo ancora molto bene il rimprovero ricorrente rivolto a turno a noi scolari dal maestro quando ci scopriva disattenti. Lo stesso rimprovero veniva poi ripetuto in famiglia ogni volta che gli adulti scoprivano di non venir ascoltati.

C’è ancora per i bambini la possibilità di aver la testa fra le nuvole o la preoccupazione degli adulti che i bambini non abbiano mai tempi vuoti e che non perdano tempo rispetto ai coetanei nella gara della vita che li imprigiona in un susseguirsi di esperienze quotidiane senza lasciar spazio alla riflessione?

Con questa domanda non vorrei dare l’impressione di rimpiangere un passato in cui le cose erano giuste e buone, un passato che, dopo una certa età, si rischia spesso di idealizzare. Il passato e il presente infatti non sono tempi in cui uno è migliore dell’altro, passato e presente, da sempre, presentano delle continuità e delle differenze. Ritengo che sia utile riflettere sulle une e sulle altre e cercare di capire se quel comportamento dei bambini, che noi adulti chiamiamo disattenzione, abbia subito una mutazione in relazione alla specificità degli odierni contesti di vita e quali conseguenze ne derivino per i percorsi di crescita.

Mi offre un aiuto significativo un recente dialogo avvenuto fra la mia nipotina più piccola, Matilda, e la sua mamma Daniela. Alcuni giorni fa la mamma, vedendo la bimba profondamente assorta, le ha chiesto a che cosa stesse pensando e ha ricevuto la seguente risposta: «È un segreto fra me e le parole». Essendone stato informato, come nonno, me ne sono ovviamente compiaciuto, poi, essendo il mio lavoro quello di educatore, gratitudine per Matilda la quale mi aiutava a comprendere che, per fortuna, i bambini, anche se facciamo di tutto per sottrarre loro questa possibilità, non hanno perduto la capacità di trovare dei nascondigli in cui rifugiarsi. Nel passato si cercava di evitare che i bambini avessero la testa fra le nuvole con i rimproveri, oggi lo si fa riempiendo il loro tempo di esperienze.

Ma il tempo della testa fra le nuvole, il tempo della noia, è davvero tempo vuoto, tempo sprecato?

Il tempo in cui i pensieri si avvicendano e si accavallano, il tempo in cui ci accorgiamo che la mente gira a vuoto, è in realtà un tempo assai prezioso, perché è quel tempo in cui formuliamo ipotesi, le confrontiamo con ciò che abbiamo già sperimentato e le sviluppiamo in progetti che, da quei pensieri, poi prendono corpo. E i pensieri, come testimonia così bene Matilda, hanno bisogno delle parole per esistere, senza parole infatti non ci può essere il pensiero.

Riflessioni suggerite da un passeggino

Quando quattordici anni fa sono diventato nonno per la prima volta, sono rimasto sorpreso dal constatare che, a differenza del passato, i bambini nei passeggini ora stanno seduti girando le spalle all’adulto che li accompagna. Evidentemente ero stato poco attento, poiché mi hanno spiegato che l’orientamento della seduta nei passeggini era cambiata da molti anni. Mi sono più volte trovato a riflettere su questa scelta dell’industria di attrezzature per bambini, una scelta apparentemente insignificante, ma che, come ogni proposta rivolta a chi sta crescendo, comporta inevitabilmente delle ricadute sulla visione del mondo. L’orientamento del bambino verso ciò che incontra, un orientamento che esclude dall’esperienza la mediazione dell’adulto, suggerisce un’idea di apprendimento che avverrebbe attraverso l’esperienza diretta del soggetto, un’idea di un percorso di crescita libero dai vincoli, il progetto di un individuo auto-costruito.

Ma è proprio vero che si impara principalmente dall’esperienza?

Si tratta di una seducente ma rischiosa illusione. Se si imparasse principalmente dall’esperienza infatti l’educazione sarebbe inutile, poiché basterebbe lasciar fare esperienze. Se si dovesse imparare solo mediante le esperienze, inoltre, la nostra vita risulterebbe indubbiamente insufficiente e, dovendo provare tutto per poterlo conoscere, sarebbe anche assai rischiosa.

Vygotskij sostiene che un bambino formula più facilmente la legge di Archimede rispetto al sapersi dare ragione di che cosa è un fratello: «Il concetto di fratello è infatti saturo di esperienza e non risulta da una spiegazione di un adulto e neppure da una spiegazione introspettiva, cioè intrapsichica» (Vygotskij, 1934, p. 135). Lo studioso, con l’esempio del fratello di cui il bambino ha un’esperienza quotidiana che non lo stimola ad interrogarsi, esemplifica ciò che lui chiama «saturazione esperienziale». È invece assai probabile che gli oggetti che il bambino osserva galleggiare o affondare gli suggeriscano curiosità e questa attiverà domande che, a loro volta, motiveranno a una ricerca di risposte. La dimensione intrapsichica è la possibilità per chi cresce di imparare a formulare ipotesi che vadano oltre le sensazioni dettate dall’esperienza e di sistemarle all’interno di un quadro concettuale che poi diventa una mappa di riferimento per l’agire futuro. L’attività intrapsichica è parlarsi nella testa, esercitare il linguaggio della mente. È così che nasce e cresce l’intelligenza scientifica nei bambini.

Le cose non si conoscono solo facendone esperienza, possiamo infatti scoprirle anche per deduzione negativa (ciò che non posso sperimentare perché è troppo rischioso, troppo lontano o troppo numeroso ecc.) o per associazione a ciò che è già presente nell’archivio delle nostra memoria.

L’individuo auto-costruito

Watzlawick richiama un’avventura del Barone di Munchausen in cui il protagonista, essendo caduto nell’acqua di un lago e non avendo nulla a cui aggrapparsi, si salva sollevandosi per i capelli. Una strategia di sopravvivenza sicuramente suggestiva, ma che cela un inganno: a sollevarsi per i capelli non si esce dall’acqua. È l’esemplificazione di una logica autoreferenziale, una prospettiva dei percorsi di crescita bugiarda.

Dal fare esperienza all’avere esperienza c’è infatti un passaggio che richiede un accompagnamento. La messa in pensiero e poi in parole di quanto si è vissuto non è un’operazione immediata, nel senso che non basta voler pensare o raccontare qualcosa per saperlo fare. Serve un accompagnamento, che Vygotskij chiama la «dimensione interpsichica». Nel dialogo fra bambini e adulti ciascuno propone all’altro un punto di vista rispetto ai vissuti comuni, si confrontano in questo modo le rispettive ipotesi, che a volte si convalidano, altre si correggono, più spesso si completano. Si negoziano i significati e il dialogo è esperienza di facilitazione del pensiero. Ciascuno infatti può utilizzare un poco di quel che dice l’altro e si suddivide così la fatica del comprendere le cose e gli avvenimenti, poiché ciascuno penserà e dirà solo una parte del discorso. La condivisione raggiunta di un significato potrà poi venire utilizzata per costruire una riflessione più elaborata che, a sua volta, potrà evolvere in una consapevolezza ancora più complessa.

È veramente sorprendente che si intervenga sulla scuola limitandone il tempo e riducendo il numero degli insegnanti, sostituendoli magari con lavagne luminose, lezioni in power point e test standardizzati. Ma è questa forse una scelta meno sprovveduta di quanto possa apparire: la formazione del pensiero critico non aiuta infatti a diventare dei bravi consumatori e dei sudditi obbedienti, che, paradossalmente, si credono liberi.

L’individuo libero da vincoli

Un bambino non potrà conquistare una vera autonomia senza prima riconoscersi “legato”. Legato a che cosa? Legato agli altri, appartenente a una società, che sarà dapprima limitata alla famiglia, poi aperta al mondo. Un’indicazione pedagogica suggerita da una delle popolazioni che prima della colonizzazione abitava il territorio che verrà poi chiamato Canada, affermava: «gli adulti debbono fornire ai bambini le radici e le ali». È un suggerimento importante che contraddice l’idea di un individuo che può crescere da solo, che tragga le proprie ragioni unicamente da sé e che non abbia bisogno di autorizzazioni oltre alle proprie. Un individuo senza vincoli e senza limiti che non si riconosce appartenente a una società, dimenticando di farne parte. Il non riconoscere che nessuno è origine di se stesso vuol dire dimenticare che è possibile realizzare se stessi unicamente perché c’è una società, ci sono delle regole e delle istituzioni che lo hanno consentito. Se i bambini non hanno l’opportunità di incontrare la cultura della società di cui sono parte finiranno inevitabilmente nella tirannia di un vissuto imprigionato nel rispettivo presente. Non sarà per loro possibile la formazione degli strumenti per la vita intellettuale, le rappresentazioni concettuali, la capacità di ideare prospettive da tradurre in progetti. Una comunità ridotta alle emozioni non avrà altro mondo comune se non il narcisismo e l’emozione vissuta all’istante. La ragione e la condivisione si allontanano.

Ritengo che questo sia il dono che è veramente utile ai bambini: le radici e le ali. Altrimenti saranno imprigionati in un presente pieno di cose, forse, ma assai povero di umanizzazione.

Riferimenti bibliografici

Vygotskij L. S. (2007, ed.or.1934), Pensiero e linguaggio, Firenze, Giunti Editore.

Watzlawick P. (1991, ed.or. 1989 ), Il codino del barone di Munchausen. Ovvero: psicoterapia e «realtà», Milano, Feltrinelli.

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