ACCOMPAGNARE I BAMBINI A INNAMORARSI DEL MONDO, RICHIAMANDONE LA RESPONSABILITÀ AD AVERNE CURA

di Angelo Errani

I bambini, quando nascono, arrivano in un mondo che c’era già. Per ridurre lo smarrimento che provano rispetto a questo luogo che, non essendo conosciuto, preoccupa, cominciano, inizialmente attraverso la mediazione della mamma, a interrogarne gli aspetti e le dinamiche, cioè a farsi delle domande. Sono le domande che ne guideranno progressivamente la possibilità di conoscere cose e persone e a rendere prevedibili gli effetti del loro agire. E sono innumerevoli le domande che accompagnano i primi anni di vita. Ma perché poi, nel corso degli anni, accade assai spesso che i bambini cessino di far domande? Forse quei bambini hanno sperimentato che la loro curiosità non veniva presa sul serio o che veniva derisa, considerata ingenua, o che veniva vissuta addirittura come un fastidio. Non è forse questo il comportamento adulto che in tanti casi spegne nei bambini la curiosità, il piacere della ricerca di risposte, e che genera il conformarsi a ciò che si vede e si sente, senza più sottoporlo a riflessione critica?

Ludwig Monti(1), monaco di Bose, ci ricorda l’etimologia della parola “domanda”: essa deriva dalla parola greca erotesis, che indica la forza di Eros e, quindi, desiderio, passione.

Porre e porsi domande, che ne siamo o meno consapevoli, è passione per la ricerca ed è adottare la ricerca come metodo di conoscenza.

 «Accogliere o suscitare un interrogativo è non accontentarsi. È attivare la curiosità e la ricerca partecipata di risposte. La ricerca, nel suo svolgersi, richiama poi il bisogno di strumenti: i linguaggi, i numeri, le tecnologie. Incrocia necessariamente anche gli archivi della memoria: i libri, il vocabolario, l’atlante, le fonti, i monumenti. È questo un modo di incontrare gli strumenti culturali che, partendo da una necessità reale, vissuta, consente di apprezzarli, scoprendone l’utilità.

Il metodo della ricerca aiuta inoltre a superare la dimensione della conoscenza come fine a se stessa, perché la collega a uno scopo e a un impegno. Il metodo della ricerca non limita il ruolo di chi apprende al ricevere perché richiede l’azione […]. L’attività di ricerca crea un contesto di condivisione […]. La definizione delle ipotesi e il lavoro di verifica delle risposte consente a ciascuno di sperimentarsi capace di offrire un contributo […] e consente di scoprire che abbiamo bisogno gli uni degli altri»(2) 

Proviamo a riflettere, facendoci guidare da alcune domande che ritengo possano essere presenti nei pensieri di tanti bambini e ragazzini che stanno crescendo in questi anni in cui gli effetti del modello di vita fin qui trionfante stanno manifestandosi in termini di emergenza. 

Il presente è veramente solo un incubo? È soltanto un avvicendarsi di sciagure?

Se ci impegniamo a spegnere per un po’ il rumore che ci è intorno e che ci stordisce e a dedicare un po’ di tempo alla riflessione ci potrebbe capitare di scoprire che stiamo vivendo uno dei momenti più straordinari della storia umana. Per la prima volta, dopo secoli in cui i continenti si sono ignorati e combattuti, ci si offre l’opportunità di incontrare donne, uomini e bambini di ogni parte del pianeta senza provare curiosità o sentirci minacciati, ma semplicemente come colleghi di lavoro, compagni di banco e di giochi, vicini di casa. La globalizzazione è una rimpaginazione del mondo. E una novità così rilevante implica necessariamente la necessità di riflessione riguardo all’adeguatezza delle nostre convinzioni e rappresentazioni: mondialità e identità, i molti e l’uno, le tecnologie e le tradizioni, unicità e diversità.

Il tempo in cui viviamo è migliore o peggiore dei precedenti? Il tempo non è che lo spazio che ci è concesso di vivere. Ma per fare che cosa? Abbiamo avuto l’opportunità di constatare che limitare la qualità della vita all’accaparramento di beni materiali crescenti comporta necessariamente anche una globalizzazione dell’ingiustizia e della disumanizzazione. Forse vale la pena dedicare il tempo a qualcosa di meglio. Un’idea da prendere in considerazione potrebbe essere quella di contribuire ciascuno di noi a curare le condizioni della vita di tutti, migliorando conseguentemente anche le nostre. 

Da dove partire? Ritengo che un buon punto di partenza sia il riconoscere che la realtà è fatta di diversità. Perché è questo un riconoscimento tanto difficile? Perché la differenza è inscritta in modo tanto profondo nella nostra vita da rischiare paradossalmente di non essere avvertita come il fondamento della vita stessa.

Ma che cosa è la diversità? La diversità è costituita da un intreccio di dati e di possibilità. I dati sono, per definizione, non modificabili e sono combinati in molti modi. È il campo delle possibilità a essere aperto al cambiamento, aspetto questo sempre problematico e anch’esso non immune da rischi.

Ma tutto è possibile? Evidentemente no, ma è proprio evidente?

Abbiamo tutti la possibilità di diventare quel che scegliamo di essere?

Dobbiamo riconoscere che ci sono delle condizioni che impediscono le scelte e che altrettante scelte vengono poi falsate da condizionamenti: tante volte si rinuncia infatti a scelte originali per seguire l’indotto del consumismo, omologandoci alle lusinghe del mercato.

Perché è così difficile  accorgerci del conformismo, soprattutto del nostro, quello che quotidianamente pratichiamo? Perché è così difficile, nonostante sia comune pensare il contrario, imparare dalla storia?

Per imparare qualcosa occorre che quell’apprendimento sia significativo. Ma significativo per chi?

In questi ultimi decenni è stata enfatizzata la tendenza a privilegiare la soggettività. Ma è utile apprendere unicamente ciò che è significativo per me o ciò che, essendo significativo in sé, sarà poi utile anche alla mia vita?

L’esaltazione della soggettività, della motivazione individuale, contiene necessariamente il rischio della riduzione narcisistica della realtà ai miei interessi immediati, qualunque ne siano poi le conseguenze. Se interrogo l’universo unicamente per ciò che io stesso giudico significativo, escludo implicitamente ogni ragione che possa giungere da altri soggetti.

Ma anche l’assoluta oggettività della significatività non è immune da rischi: essa è infatti acritica, senza storia, senza intrecci fra la storia individuale e quella degli altri.

Vi è dunque contemporaneamente un rischio e qualcosa di utile in entrambe le significatività. Per controllare tale rischio occorrerà che ciascuna di esse eviti di pretendere di rappresentare un valore assoluto e di ritenersi autosufficiente.

Prendiamo in esame uno degli aspetti centrali di questo nostro presente: il rapporto fra etica e tecnologia. La tecnologia esige poca fatica, ma, al tempo stesso, ha effetti a lungo termine. Può cioè produrre un bene immediato, ma ha anche effetti che possono determinare danni irreversibili. C’è dunque un’inevitabilità che occorre rendere visibile. In particolare occorre far scoprire il danno più nascosto, che è costituito dalla trasformazione di una possibilità in un obbligo indotto, in un adeguamento, un’omologazione che cancella le differenze. Abbiamo il dovere di far scoprire ai bambini questa situazione paradossale: il rischio di diventare oggetto delle stesse forze che noi abbiamo attivato.

L’uomo, essendo limitato nella sua dotazione organica, ha sviluppato la capacità di agire, di adattare alle sue esigenze gli ambienti di vita. La parola agire deriva dal verbo greco archein che significa  mettere in movimento, innalzarsi dal contingente, imparare a progettare, immaginare il futuro. Noi umani siamo soggetti che agiscono e che sviluppano tecnologie sempre più efficaci, ma rischiamo anche di divenire oggetti dei nostri stessi successi.

È questa una situazione inevitabile? C’è la possibilità di salvezza?

Diventiamo oggetti quando riduciamo la nostra vita alla dimensione tecnica, dimenticando la dimensione etica. In che cosa consiste la dimensione etica?

La tecnica offre all’agire l’orizzonte delle opportunità, cioè ci mette a disposizione dei mezzi. Le tecnologie, mostrando la loro potenza straordinaria, affascinano, ma rischiano di suscitare un ottimismo acritico. Ne consegue che l’orizzonte della progettualità umana può offuscarsi e che la macchina tecnologica funzioni per se stessa, in virtù di un meccanismo interno, senza un’intenzionalità collegata a un fine in grado di guidarla.

È ciò che sostiene il pensiero liberista: uno sviluppo economico in grado di avanzare in modo illimitato e capace di estendere i suoi effetti vantaggiosi su tutto il pianeta: 

«Non preoccupiamoci della distribuzione delle risorse e dell’equità sociale, delle preoccupazioni per una democrazia stabile, di migliorare altri aspetti della qualità della vita degli esseri umani che non siano collegati direttamente alla crescita economica […] la crescita economica porterà infatti automaticamente tutto il resto: sanità, istruzione, diminuzione delle disuguaglianze»(3)

Dunque, in particolare negli ultimi decenni, abbiamo vissuto un enorme imbroglio.

È indubbiamente assai difficile, dopo aver vissuto per decenni immersi nell’imbroglio liberista, individuare una prospettiva diversa, ma non possiamo non provarci(4).

L’etica richiama i valori, il significato di ogni scelta, grazie al quale siamo in grado di giustificare ogni azione compiuta come rispettosa della vita. L’etica ha come orizzonte una progettualità, che non può essere orientata dalla libertà falsamente intesa del fare ciò che vogliamo, ma dalla libertà di fare ciò che dobbiamo.

Occorre un orientamento al nostro agire, un riferimento che ci offra l’occasione per ripensare alla storia della vita. Stiamo sperimentando l’emergenza del limite: limiti materiali (aria, acqua…), limiti sociali (relazioni, conflitti…), limiti dell’esperienza quotidiana (consumi, comunicazioni, cambiamenti…).

Ma il riferimento del limite da categoria negativa non potrebbe diventare risorsa?

Il limite infatti non impedisce, ma può regolare la crescita, può orientare la tecnica a ridurre i rischi ambientali, può evitare l’ingiustizia dell’esclusione, la stupidità dell’orgoglio etnico, la cecità dell’antropocentrismo. Il riferimento del limite ci aiuta a includere nei doveri dell’umano la conservazione della vita con tutte le sue innumerevoli differenze, ad assumerci cioè la responsabilità della nostra storia.

«Là dove cresce il pericolo cresce anche ciò che lo salva», scriveva Holderlin.

L’uomo della civiltà dei consumi, proprio perché consuma ciò che non può rinnovarsi, nega di fatto la sua sopravvivenza e l’esistenza delle generazioni future. La relazione di dipendenza gerarchica, secondo la quale il superiore può usare e abusare dell’inferiore, è stata messa in crisi dai fatti.

«È il segnale della necessità di una svolta. La svolta, imposta non più soltanto dalla coscienza ma anche dalla scienza, è l’amore per tutte le creature viventi, anche per quelle che verranno. Su questo spartiacque entropico, l’amore diventa un postulato scientifico»(5)

 

 

NOTE

[1] Monti L.(2019), Le domande di Gesù, Milano,  Edizioni San Paolo.

[2] Errani A.(1999), La seconda vita delle cose, Trento, Erickson.

[3] Nussbaum M. C. (2011), Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Bologna, Il Mulino             

[4] Berselli E. (2010), L’economia giusta, Torino, Einaudi.

[5] Balducci E. (1989), Francesco d’Assisi, Fiesole, E.C.P.

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