UN LIBRO PER TE – BILANCIA: LA TERRAZZA PROIBITA – VITA NELL’HAREM, DI FATEMA MERNISSI

di Rosalba Granata 

«Venni al mondo nel 1940 in un harem di Fez, città marocchina del nono secolo, cinquemila chilometri circa a ovest della Mecca e solo mille chilometri a sud di Madrid, una delle temibili capitali cristiane. Mio padre era solito dire che con i cristiani, e con le donne i guai nascono quando non vengono rispettati i hudùd, ovvero i sacri confini».
Incipit di
La terrazza proibita

Quello di Mernissi è un racconto autobiografico. Fatema, la voce narrante, già dall’incipit ci proietta nel tempo e nello spazio. Il Marocco dall’epoca della dominazione francese alla indipendenza. Un harem della città di Fez.

Non è però l’harem dell’immaginario occidentale con sensuali odalische, eunuchi e sultani, ma è la casa alto borghese dove vivono una cinquantina di persone, la famiglia allargata dei fratelli Mernissi che comprende padre e zio della protagonista con le loro mogli e figli, la nonna paterna e le donne sole, vedove o ripudiate. È una casa lussuosa ricca di cortili, fontane, stanze con tendaggi e tappeti. Ed è una vera fortezza. Tutte le finestre danno sul cortile. E le donne ci vivono recluse. Magari molto amate, come nel caso della madre di Fatema, ma recluse.

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GIORNALI SCADUTI – HAREM, TRA ORIENTE E OCCIDENTE

Giornali scaduti(1)

Ho ritrovato poco tempo fa un bellissimo articolo di Natalia Aspesi del 2000. Bello innanzitutto perché fa scoprire Fatema Mernissi, una donna davvero interessante, una coltissima marocchina profonda conoscitrice della letteratura e della storia araba antica.(2)
Nel 1996 è salita alla ribalta con un fortunato libro autobiografico La terrazza proibita, e nel 2000 è stato pubblicato L’harem e l’Occidente, un saggio che fa riflettere su una diversa subalternità femminile in Oriente e in Occidente.
In quest’ultimo libro la sua tesi, intrigante e provocatoria, è che anche in occidente le donne abbiano un personale chador che le relega in una posizione di disagio e frustrazione. La schiavitù delle occidentali consisterebbe nella «ossessione per la bellezza», nell’attenzione costante al proprio aspetto che comporta il tentativo di dimostrare di essere giovani, di essere come le donne della pubblicità. Se in buona parte del mondo mussulmano, afferma la Mernissi, si può parlare di invisibilità pubblica delle donne, la prigione in occidente è quindi quella del tempo.

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