LA LIBERAZIONE DI RAVENNA

tratto dal libro di Maurizio Casali MO I TIRA A TE – RACCONTI DI GUERRA E DI FAMIGLIA

Nelle ore che precedono l’attacco a Ravenna, quasi tutti i contadini, avvertiti uno a uno dalle staffette, chiudono i cani perché non abbaino al passaggio delle colonne partigiane che confluiscono in città alle prime luci dell’alba.

Quando tutti i distaccamenti della 28ma Brigata Garibaldi sono arrivati, si costituisce la Colonna Wladimiro, a indicare la Brigata al completo.

L’attacco è rapido ed efficace. Ravenna è liberata.

Permangono ancora sparatorie con i repubblichini che scappano. I tedeschi se ne sono già andati. Finita la battaglia, i partigiani della 28ma Brigata Garibaldi Mario Gordini sfilano per la città soli, stanchi e impolverati. Sergio ricorda la perplessità dei ravennati che guardano questi giovani, male in arnese, con le divise sporche e logore, che camminano con le loro armi e tutta la fatica di mesi difficili alle spalle. Qualcuno dice: “Mo guerda un po’, cum chi è strazé (Ma guarda un po’ come sono stracciati)”.

Sono mesi che pensano a quel momento, ne hanno parlato tante volte quando, bivaccando attorno a un fuoco, arrivavano notizie di torture indicibili a compagne e compagni fatti prigionieri, o di esecuzioni sommarie a danno di civili inermi, l’odio poi montava quando capitava si conoscessero le vittime e, dato che erano quasi tutti originari di Ravenna e dintorni, succedeva spesso.

Quando, finalmente, mancano ormai pochi giorni alla liberazione di Ravenna, Rino e Sergio, su ordine del comando di Brigata, avvertono che non saranno ammesse rappresaglie contro i fascisti. Coloro che hanno compiuto crimini dovranno essere arrestati e giudicati da tribunali regolari, il loro comportamento deve essere d’esempio per un mondo nuovo e migliore, dove non ci sarà più spazio per esecuzioni sommarie.

Qualcuno mugugna, allora Rino alza la voce: “Quànd a sarem intré in Ravéna incion e mazérà incion, ajavì capì? (Quando saremo entrati a Ravenna nessuno ammazzerà nessuno, avete capito?)”.

Un vecchio partigiano, detto Saraghéna (Sardina) per la sua esile corporatura, uno di quelli che, prima della guerra, ogni occasione era buona per portarlo in questura e dargli una buona dose di bastonate dice: “Va la par Dio, che sa vinzan, quand ca’ ajarivan in t’la questura a fasan i cunt cun chi basterd! (Va la per Dio, che se vinciamo, quando arriveremo alla questura faremo i conti con quei bastardi!)”.

Alora tan vù capì? (Allora non lo vuoi capire?)” gli fa eco Rino, e Saraghéna, dopo un rassegnato sospiro, ribatte: “Bon, cuma a vulì vuitar, però se me a sarò ancora a è mond, sol cun e baston am lasì andé in t’la questura! ( Va bene, come volete voialtri, però se io sarò ancora vivo, solo con un bastone mi lascerete andare in questura!)”.

Ridono tutti.

Durante le fasi più cruente della battaglia nelle strade per Ravenna, Saraghéna non si muove col solito modo spavaldo e coraggioso, così desta la curiosità di un altro partigiano che gli chiede cosa stia succedendo e lui risponde, come a giustificarsi: “Ciò a san quesi in piaza e ad murì adés un tirereb e cùl, ciò am so miga smeng d’la prumesa e quand cus fa ‘na prumesa l’è coma avé fat un debìt! (Oi siamo quasi in piazza e di morire proprio adesso mi scoccerebbe molto, non mi sono mica dimenticato della promessa e quando si fa una promessa è come aver fatto un debito!”, e così dicendo tira fuori da sotto la giacca un nodoso bastone: “Quest e dovreb andé ban, a nò za cambié do o tri, al sét sa fazi? At las a te e mì mitra e in questura ai veg sol cun e baston cuma ajò prumes! (Questo dovrebbe andare bene, ne ho già cambiati due o tre, lo sai cosa faccio? Lascio a te il mio mitra e in questura ci vado solo col bastone, come ho promesso!).

In Questura, intanto, sono disperati perché consapevoli della possibilità di essere giustiziati nel caos della battaglia e quando vedono arrivare una vecchia conoscenza, Saraghéna, armato solo del bastone, si prendono le bastonate senza protestare, ma solo riparandosi alla meglio.

Fuori dalla Questura alcuni partigiani giunti a controllare che la situazioni non degeneri, ridono a crepapelle vedendo, dalle finestre, il fuggi fuggi generale e quell’indemoniato che insegue roteando i bastone.

Poco dopo esce Saraghéna e dice: “Ciò una sudisfazion la né mai pagheda, adés a pus neca murì! (Oi una soddisfazione non è mai pagata, adesso posso anche morire!)”.

Questa è l’unica nota divertente della giornata.

Quella notte, ventotto partigiani dormono a casa dei nonni, Sergio ricorda di aver dormito in un piccolo divano, che è ancora a casa di mia sorella Lilia. Qualche giorno dopo arrivano gli alleati, i partigiani della 28ma vengono lavati e stirati dalla poderosa 8va Armata Alleata: disinfestati da pulci, pidocchi e parassiti vari con una bella irrorata di Ddt e poi riforniti di divise nuove di zecca.

Quando si spogliano, Sergio e Rino si accorgono che non hanno più la stoffa delle mutande che copre le chiappe e non ricordano nemmeno più quand’è stata l’ultima volta in cui si sono spogliati. Si guardano, ridono l’uno dell’altro. Ridono felici.

Con le loro divise nuove sfilano una seconda volta, assieme agli alleati.

Questa volta tutta Ravenna è in festa, ora sì che la guerra è finita, almeno per i ravennati.

Ma la festa dura poco perché è già ora di ripartire. I tedeschi e i repubblichini non sono ancora vinti.

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