RUBRICA ASTROLOGICA – BILANCIA (parte 2)

LA DONNA DELLA BILANCIA: URSULA  LE  GUIN

leGuin1

Per un pò di anni le mie letture più distensive sono state quasi esclusivamente di fantascienza: Asimov, la trilogia galattica, astronavi, robot, avventure…

Poi ho scoperto le donne e soprattutto Ursula le Guin. Concordo con Rossella Simone che afferma:
«C’era una volta Ursula Le Guin. Dopo il suo The left hand of darkness, uscito negli Stati Uniti nel 1970, la fantascienza mondiale non fu più la stessa…» 1

La Le Guin utilizza per la  fantascienza il meccanismo dello straniamento, la presa di distanza dalla realtà per poterla vedere meglio. «Tutte le storie della Le Guin sono metafore di un’unica vicenda umana; tutti i pianeti inventati sono il nostro, sotto mentite storie». (Margaret Atwood)

Ursula Le Guin2, che si definisce femminista e anarchica, fin dall’infanzia si è nutrita dei miti e delle storie del padre antropologo. Poi nella sua formazione sono stati determinanti l’incontro con il taoismo e con la psicanalisi del profondo di Jung.
Due titoli costituiscono, a mio avviso, l’apice della sua opera: I reietti dell’altro pianeta e La mano sinistra delle tenebre. Continue reading →

Natura umana e Street Sharks

Salve sono Luca Ballandi, forse vi ricorderete di me per articoli quali À quoi ça sert le Camembert, o François Truffaut vs Massimo Boldi, lo scontro finale. Finita l’estate, è ora di rimettersi al lavoro e partorire un bell’articolo per questo mese – sì pieno di novità entusiasmanti che, così su due piedi, non saprei proprio elencarvi. Come la cara Erika, che scrive articoli da Copenaghen (e che d’altronde non ho nemmeno mai conosciuto), vi propongo qualche riflessione sulla Francia – e dalla Francia, più precisamente da Lione – riguardanti il modo di “filosofare” tipico dei nostri cugini d’oltralpe. Penso di aver già specificato che i miei talenti letterari difficilmente oltrepassano i limiti posti dalla mia miserabile esistenza, e che il mio malcelato egocentrismo mi spinge a parlare della mia esperienza personale e di me stesso (le due cose più importanti della vita, almeno dal mio punto di vista… … ok, dopo questa penso che la metà dei miei lettori abbia definitivamente deciso di abbandonarmi). Per i pochi che restano, l’ultima volta si parlava di Dissertation, ossia dell’esercizio filosofico più in voga in Francia, nelle Università, Grandes Ecoles, Classes Préparatoires. Per riassumere: invece di fondarsi sul “contrôle de connaissance” – il classico esame “interrogazione” – il sistema educativo francese fa ampio uso di tale esercizio, tanto in filosofia quanto in letteratura, storia, antropologia culturale, etc… Si tratta di un testo strutturato in parties (normalmente tre o quattro), che articola una problematica annunciata dall’Introduzione. In filosofia, la problematica nasce da una riflessione sul soggetto proposto dal prof o dall’istituzione: per esempio, soggetto da liceo: “Bisogna rinunciare all’idea che l’uomo abbia una natura?” [= faut-il renoncer à l’idée que l’homme a une nature?] ; problematica grezza :

  • da un lato, c’è una natura umana in sé inconoscibile – poiché sempre “pensata”, “riflettuta” e “culturalizzata” – che legittima l’idea d’una perfettibilità illimitata dell’uomo (idea moralmente e eticamente auspicabile, perché rende l’umanità trasformabile a piacimento; e tuttavia potenzialmente artificiale, giacché in contrasto sia con l’uomo “empirico” sia con quello descritto dalle scienze naturali);
  • dall’altro, c’è la datità biologico-evolutiva dell’uomo – presumibile dietro ogni condizionamento culturale e sociale – e l’idea d’una perfettibilità limitata (parimenti auspicabile, perché alla base d’una morale e un’etica pragmatica e empirica; e tuttavia potenzialmente sterile, poiché impedisce all’uomo d’esser padrone di sé stesso e del suo destino).

Si tratta di riflettere sulle relazioni problematiche che legano 1) un’ontologia realista e un’epistemologia monista – a cui può connettersi un approccio etico, morale e politico pragmatico all’uomo; 2) un’ontologia intellettualista (o idealista) e un’epistemologia dualista – a cui corrisponde un approccio etico, morale e politico teorico-idealista. In soldoni (problematica possibile) bisogna articolare una perfettibilità ideale che riposa sul “tutto è umano” e umanizza tutto (estremo inaccettabile, poiché annienta l’uomo), a una non-perfettibilità pragmatica che riposa sul “tutto è natura” e naturalizza tutto (parimenti inaccettabile, per lo stesso motivo). [AVVERTENZA! la problématisation da me proposta è proprio da quattro soldi; nel senso, qualsiasi prof di méthodologie avrebbe orrore d’un tale trattamento del soggetto, poiché “trop superficiel”]. Continue reading →

RUBRICA ASTROLOGICA – BILANCIA (parte 1)

BILANCIA

  1. Calvino e la piuma leggera della Bilancia
  2. Donne Bilancia. Ursula Le Guin
  3. Bilancia e politica. Gandhi

«maat3La precisione per gli antichi Egizi era simboleggiata da una piuma che serviva da peso sul piatto della bilancia dove si pesano le anime. Quella piuma leggera aveva nome Maat, dea della bilancia. Il geroglifico di Maat indica anche l’unità di lunghezza, i 33 centimetri del mattone unitario, e anche il tono fondamentale del flauto. Queste notizie provengono da una conferenza di Giorgio de Santillana sulla precisione degli antichi nell’osservare i fenomeni celesti: una conferenza che ascoltai in Italia nel 1963 e che ebbe una profonda influenza su di me. Da quando sono qui ripenso spesso a Santillana, perché fu lui a farmi da guida nel Massachussetts al tempo della mia prima visita in questo paese nel 1960. In memoria della sua amicizia, apro questa conferenza sull’esattezza in letteratura col nome di Maat, dea della bilancia. Tanto più che la Bilancia è il mio segno zodiacale.» (Calvino: Lezioni americane) Così comincia Calvino nelle Lezioni americane l’intervento sull’esattezza. Mi conquista di Calvino la leggerezza con cui fa riferimento al suo segno zodiacale nella stesura di un importante ciclo di conferenze che era stato invitato a tenere in una prestigiosa Università americana. Anche Pesatori1 sottolinea come Calvino sia «un esempio di grande scrittore che non tratta l’astrologico con sospetto». Caso piuttosto raro, direi. E mi conquista anche il suo stile lucido e discorsivo così diverso dalla supponenza di tanti intellettuali che sembrano usare il linguaggio più per affermare la propria superiorità che non per comunicare. E comunicare, come è caratteristica dei segni d’aria, era intento prioritario per Calvino. Pensiamo anche a quello che si proponeva con le Lezioni americane: i valori letterari da salvare e “portare” nel nuovo Millennio. Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità. Sembrano quasi una definizione dei segni d’aria e soprattutto della Bilancia. Continue reading →

Storie americane (I) – Tra letteratura, teatro e grande cinema: il genio dannato di Tennessee Williams

Quello tra gli anni ’50 e i primi anni ’60 è considerato il periodo d’oro del cinema hollywoodiano. Tuttavia, tra “kolossal storici” (vagamente kitsch) e commedie romantiche, l’immagine che ne emerge è spesso quella di film ingenui, forse leggeri, oppure di veri e propri “polpettoni”. Detto questo, la vastissima produzione cinematografica di quegli anni è in realtà una vera e propria miniera di temi scottanti e complessi, trattati con quella intelligenza e profondità che solo una censura ottusa e impietosa può ispirare. Le performance di divi intramontabili, il coraggio di registi geniali, il fascino delle pellicole in bianco e nero e le storie drammaticamente umane dal lieto fine non scontato creano quella vera e propria magia che rende ancora grande ai nostri occhi quel periodo.

In quell’universo pieno di fermento, contrariamente a ciò che si potrebbe immaginare, il ruolo della letteratura non venne affatto offuscato, ma al contrario fu centrale. Premi Nobel come William Faulkner e John Steinbeck, autori come Harper Lee, Truman Capote, Edna Ferber, e molti altri, hanno contribuito non poco a fornire (direttamente o indirettamente) materiale prezioso per le sceneggiature di pellicole divenute pietre miliari della storia del cinema.

Fu in questo contesto che Tennessee Williams (alla nascita Thomas Lanier Williams) si inserì prepotentemente, in primo luogo grazie ai suoi testi teatrali di grande successo: testi provocatori, duri, cinici, che raccontavano storie di uomini e donne ai margini della società americana, quella società che era uscita vittoriosa e ricca dalla Seconda guerra mondiale, ma che evidentemente nascondeva un altro volto. Un volto a cui Williams diede spazio, senza timore di attirare critiche o di fomentare scandali. I protagonisti delle sue opere sono emarginati, falliti, nevrotici, arrampicatori sociali, alcolizzati, “peccatori sessuali” (omosessuali, prostituti, adultere…) che non riescono a emanciparsi dalle loro situazioni di degrado, ma che anzi spesso sembrano puniti dal destino per il solo fatto di aver provato a cambiare ciò che evidentemente era già scritto. Williams scava negli abissi più cupi delle città e delle province americane, in particolare quelle ipocritamente conservatrici del Sud, e negli abissi più sordidi dell’animo umano.

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Guida scientifica per la sopravvivenza al complottismo post-moderno

Sul treno, al bar, in autobus, dalla parrucchiera, negli spogliatoi della palestra:

«Il mondo sta andando a rotoli, non vedete? Inquiniamo, uccidiamo tutto, e moriamo sempre più spesso di tumori e altre malattie che in passato i nostri bis-nonni non hanno mai avuto!»

Chi di noi non ha mai sentito pronunciare frasi simili da un amico o un conoscente? Una di quelle affermazioni che tutti prima o poi sentiamo, o che noi stessi pronunciamo. Quelle frasi al limite del complottismo e del catastrofismo che alla fine tanto ci piacciono e ci attraggono. E lo ammetto, faccio io stessa pubblica ammenda: le teorie complottiste mi affascinano. Ma a parte l’iniziale stupore, e magari qualche lontano fondo di verità, comprendo perché riscontrino tanto successo nell’opinione pubblica. L’uomo ama incolpare qualcuno dei propri sbagli. E urlare al complotto è un ottimo modo per sollevare dalla propria coscienza qualsiasi briciolo di colpevolezza. Ma alla fine è davvero tutto qui? L’uomo ha creato solo catastrofi, genocidi, estinzioni, inquinamento? Certo la storia è costellata di fatti terribili. Quindi ammettiamolo: l’uomo non sempre agisce per il meglio, come abbiamo già detto nei mesi precedenti durante la nostra escursione nei risvolti sanguinosi della Scienza. Mostratasi solo nei suoi risvolti più cupi, stavolta la Scienza si presenterà nel suo lato più rassicurante. Questo mese il viaggio sarà diverso. Perché si è sposati e si ama “nel bene e nel male, in buona e in cattiva sorte”. E stavolta il viaggio sarà nella “buona sorte”. Già, perché la Scienza ci ha dato un ottimo argomento con cui controbattere anche ai più “miscredenti”. Ora immaginate… immaginate di essere nati 200 anni fa. Innanzitutto mi spiace ma io non sarei qui a guidarvi in questo viaggio temporale: in quanto donna sarei stata estromessa dagli studi scientifici, mondo considerato allora prettamente maschile; in più sarei certamente morta alla giovane età di 18 anni per un’infezione alla gola sfociata, senza antibiotici, in setticemia. Ma non rattristatevi troppo, sarei stata in buona compagnia: circa un terzo dei lettori di questo blog sarebbe morto alla nascita o nei primi dieci anni di vita, un altro terzo non avrebbe toccato i 30 anni di età, e i restanti sarebbero arrivati a fatica a 50 anni, con qualche fortunato a 70. Infatti nel 1810 l’aspettativa di vita media era di 40 anni, con qualche punta a 50 anni in alcune regioni del Regno Unito e dei Paesi Bassi. Durante il corso del XIX secolo le speranze di vita iniziarono a salire, incoraggiate dalla rivoluzione industriale, dalla crescente occupazione, dalla dieta più ricca, arrivando “addirittura” a poco più di 50 anni di età. Fino ad oggi: l’Italia è il quarto paese a livello mondiale per aspettativa di vita. I nostri 82 anni (in continua crescita) sono infatti al di sotto solo di Giappone, Macao e Andorra (84, 82 e 83 rispettivamente). Quindi ecco il primo, ottimo, punto con cui controbattere a complottisti e detrattori della Scienza: tutti noi oggi siamo in grado di vivere in media quarant’anni in più rispetto ai nostri trisnonni. E se vi sembra poco, provate a pensare da quante migliaia di anni l’uomo vive sulla Terra: la nostra comparsa nell’ecosistema Terra è datata circa a 250.000 anni fa, e in soli 200 anni l’aspettativa di vita è raddoppiata, toccando vette mai raggiunte prima nella storia. E questo repentino miglioramento nell’aspettativa di vita è dovuto a scoperte essenziali, che oggi diamo per scontate. Continue reading →

RUBRICA ASTROLOGICA – VERGINE (parte 3)

3.  UN PERSONAGGIO DELLA VERGINE: Roberto Saviano Quale personaggio scegliere per la Vergine? Un politico come Niki Vendola o come Cuperlo? Oppure un esemplare personaggio del mondo della cultura e dell’impegno? Non ho avuto dubbi, ho scelto la seconda opzione e ho deciso di presentare Roberto Saviano. saviano_gomorra2 «Il potere dei clan rimaneva il potere del cemento. Era sui cantieri che sentivo fisicamente, nelle budella, tutta la loro potenza. Fu quando morì Francesco Iacomino però che compresi sino in fondo i meccanismi dell’edilizia. Aveva trentatré anni quando lo trovarono con la tuta da lavoro sul selciato, all’incrocio tra via Quattro Orologi e via Gabriele D’Annunzio a Ercolano. Era caduto da un’impalcatura. Dopo l’incidente erano scappati tutti, geometra compreso. Nessuno ha chiamato l’autoambulanza, temendo potesse arrivare prima della loro fuga… Quest’ennesima notizia di morte, uno dei trecento edili che crepavano ogni anno nei cantieri in Italia si era come ficcata in qualche parte del mio corpo. Con la morte di Iacomino mi si innescò una rabbia…appena entrai nella crisi asmatica di rabbia mi rimbombò nelle orecchie l’lo so di Pasolini come un jingle musicale che si ripeteva sino all’assillo. E così sono andato a Casarsa, sulla tomba di Pasolini…
…non per un omaggio, neanche per una celebrazione… Mi andava di trovare un posto. Un posto dove fosse ancora possibile riflettere senza vergogna sulla possibilità della parola. La possibilità di scrivere dei meccanismi del potere, al di là delle storie, oltre i dettagli. Riflettere se era ancora possibile fare i nomi, a uno a uno, indicare i visi… Se era ancora possibile inseguire come porci da tartufo le dinamiche del reale, l’affermazione dei poteri, senza metafore, senza mediazioni, con la sola lama della scrittura. Presi il treno da Napoli per Pordenone, un treno lentissimo dal nome assai eloquente sulla distanza che doveva percorrere: Marco Polo. Una distanza enorme sembra separare il Friuli dalla Campania… e vidi la tomba. “Pier Paolo Pasolini (1922-1975)”. Al fianco, poco più in là, quella della madre. Mi sembrò d’essere meno solo, e li iniziai a biascicare la mia rabbia, con i pugni stretti sino a far entrare le unghie nella carne del palmo. Iniziai a articolare il mio io so, l’io so del mio tempo. Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l’odore. L’odore dell’affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E la verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità.»  (Saviano, Gomorra) 
Il brano pieno di forza che ho riportato è naturalmente tratto da Gomorra, il libro che lo ha reso famoso. Come citazione è certamente lunga, ma avrei voluto addirittura continuare tanto mi appassiona questa parte.

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LUSA – L’odissea del libro perduto: il palazzo

Io e Lusa raggiungemmo l’indirizzo in poco tempo.
«Come si chiama la persona che stiamo cercando?» domandai, mentre guardavo il citofono.
«Posso dirti solo il nome, mentre il cognome deve restare segreto, per motivi di privacy».
«Ehi, ma sono qui per aiutarti!».
«Lo so, ma la regola è questa» sentenziò Lusa.
«D’accordo, non discuto. Dimmi almeno il suo nome».
«Annalisa».
«Molto bene» dissi, immaginandomi chissà quale tipo di donna.

Nel frattempo, Lusa aveva trovato il nome sul citofono e subito, con grande insistenza, cominciò a suonare. Ovviamente non gli ho mai detto che con quel gesto mi aveva rivelato il cognome della donna!

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In ogni caso, come immaginavo, nessuno rispose. D’altronde, se non rispondeva al telefono, perché avrebbe dovuto rispondere a casa?

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RUBRICA ASTROLOGICA – VERGINE (parte 2)

2.    DONNE DELLA VERGINE. ELIZABETH VON ARNIM. Leggera e ironica scrittrice del primo Novecento

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Sottile e graffiante è anche l’ironia di Elizabeth von Arnim.

Ho conosciuto questa scrittrice circa quattro  anni fa, attraverso il suo romanzo forse più bello (Amore) che mi aveva prestato un’amica. Da quel momento ho letto tutto quello che sono riuscita a trovare di questa autrice.

 

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Ma chi è e Elizabeth von Arnim?

Nata in Australia da una famiglia inglese nel 1891 sposò un conte tedesco e visse per circa quindici anni in Pomerania. Rimasta vedova (aveva già pubblicato con grandissimo successo Il giardino di Elizabeth) si trasferì a Londra, visse tra questa città, la Costa Azzurra, gli Stati Uniti.
Ebbe vari amanti tra cui B. Rassel, nel 1916 ne sposò il fratello più giovane, ma non fu un matrimonio felice.
E’ descritta come  donna elegante, spiritosa, di straordinaria intelligenza.
Scrittrice brillante e anticonformista, mostra una feroce ironia nel descrivere la società boriosa e maschilista dell’Inghilterra degli anni ’30. Una società dominata dalla finzione e dai pregiudizi.
Forse il suo romanzo che mi è più caro è Un incantevole aprile: un gruppo di donne inglesi ingrigite da rapporti frustranti con i loro uomini, si ritrova per una vacanza in una spendente Liguria…
È una favola lieve e deliziosa e della vacanza, del corpo e dello spirito, fa respirare l’aria e anzi suscita il desiderio di trovare il proprio luogo dell’anima in cui recuperare le nostre parti migliori. Leggendo ti diverti e senti una forte condivisione con una donna profonda con leggerezza.

«Anna, in fondo al giardino, guardava oltre la bassa siepe che la separava dal terreno paludoso e dal mare, e pensava di non aver mai visto prima un luogo in cui sarebbe stato tanto facile essere buoni.» (Un incantevole aprile)

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RUBRICA ASTROLOGICA – VERGINE (parte 1)

  1. Vergine e Ironia. Ludovico Ariosto
  2. Donne della Vergine. L’ironia della Von Arnim
  3. Un personaggio della Vergine. Roberto Saviano

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1. VERGINE E IRONIA. LUDOVICO ARIOSTO

«A ciascuna parete di ciascun esagono corrispondono cinque scaffali; ciascuno scaffale contiene trentadue libri di formato uniforme; ciascun libro è di quattrocentodieci pagine; ciascuna pagina di quaranta righe; ciascuna riga di quaranta lettere di colore nero.»    (Borges. La Biblioteca di Babele)

Per Pesatori Borges è il prototipo della Vergine. Nella sua Biblioteca di Babele ogni dettaglio è prezioso. Il segno della Vergine è infatti caratterizzato da una precisione meticolosa, dal bisogno di dare ordine, di catalogare.
Non ci stupisce quindi che Roberto Saviano abbia ottenuto un grande successo televisivo con la trasmissione Vieni via con me basata sugli “elenchi”… elenchi delle cose per cui vale la pena vivere. Dice lo scrittore: «Da sempre sono attratto dagli elenchi. Un giorno mi piacerebbe scrivere libri di elenchi».

La personalità di chi ha il Sole in questo segno governato da Mercurio1 non è certo semplice e lineare, si dice che la Vergine spacca il capello in quattro e la sua tendenza all’autocritica talvolta può diventare lacerante.

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Viaggio in Palestina

‹‹Viaggio in Palestina›› è il titolo che abbiamo deciso di dare all’Aperitivo a Tema di Metro-Polis svoltosi il 27/06/2014 presso il suggestivo Parco dei Giardini Ca’Bura, via dell’Arcoveggio 59/8, Bologna. In questa occasione Handala, nostro socio della prima ora, neolaureato in scienze politiche, ci ha concesso l’opportunità di attingere a piene mani dalla propria esperienza di volontario in terra palestinese.
Metro-Polis non si sottrae, anche in questi tempi di desertificazione ideologica, al proprio dovere civico fondamentale: fare politica, nell’ottica della nostra associazione, significa stimolare la coscienza critica di ciascuno, significa elaborare insieme un vissuto esperenziale in grado di ampliare i propri orizzonti di pensiero; significa, perché no, avviare un confronto-scontro in cui ogni persona possa esprimere il proprio modo di essere e di sentire. La formula, ormai consolidata, dell’Aperitivo a tema permette di poter trattare tematiche non semplici in un’atmosfera priva di perniciose ampollosità da conferenza: il valore della leggerezza offre l’opportunità di toccare l’intimo di chiunque sia disposto ad ascoltare, in una prospettiva di totale orizzontalità partecipativa. È in virtù di questa prospettiva che abbiamo chiesto a Handala di raccontarci la propria esperienza: più volte volontario in Palestina con l’International Solidarity Movement, si è aperto a un dialogo rispettoso e profondo con Metro-Polis, condividendo il proprio vissuto personale, raccontandoci quanto gli è accaduto con parole rigorose e al contempo intime. Ogni mio resoconto risulterebbe banale, quindi mi taccio e faccio un passo indietro: Handala ci ha gentilmente concesso di ripubblicare alcuni articoli, scritti nel 2012 e ancora di straordinaria attualità, già pubblicati su Il Manifesto di Bologna, all’interno del blog di Metro-Polis. Mi pare importante lasciare spazio a parole autentiche, in cui trabocca un’esperienza viva, realmente patita e scevra dall’apriorismo della distanza. Pubblicheremo, quindi, otto articoli di Handala, uno al mese, volendo dare continuità e risalto a un tema di così drammatica attualità, scegliendo un punto di vista preciso e interno, con la speranza di stimolare un dialogo costruttivo con chi dovesse pensarla in maniera differente.
Al termine dell’articolo di Handala troverete una bibliografia essenziale sull’argomento (romanzi, saggi, poesie, film, documentari e siti internet) redatta dallo stesso e da Roberta Merighi, nostra affezionata socia: un grazie ad entrambi per la disponibilità e la collaborazione.

Mattia Macchiavelli

Viaggio in Palestina

OLIVE IN FIAMME

Il 6 Novembre è stata annunciata la costruzione di 1213 unità abitative nelle colonie di Gerusalemme Est, occupata dal 1967: è stato questo il messaggio che Israele ha inviato agli Stati Uniti in vista delle elezioni presidenziali. Secondo Richard Falk, il Rapporteur per i diritti umani nei Territori occupati, oggi in Cisgiordania si contano più di 600.000 coloni: ecco il famoso processo di pace di Netanyahu e soci. Questi sono i dati. Ma i dati, di per sé, non parlano. Voglio provare a raccontare come questi numeri si traducano nella lingua viva di chi sta qui, in Palestina.

Burin è un villaggio palestinese a sud di Nablus (la città più popolosa della Cisgiordania). Da qualche settimana andiamo a raccogliere le olive da alcuni contadini. Diamo loro una mano, ma in realtà la nostra funzione principale è quella di tentare di impedire gli attacchi dei coloni e dell’esercito. Il villaggio è in una piccola vallata schiacciata tra due colline, sulle quali salgono i terrazzamenti degli ulivi. In cima ad ognuna di queste colline, una colonia e un avamposto militare: Bracha a nord, Yizhar a sud.

I contadini tentano di fare ciò che facevano i loro padri e i padri dei loro padri prima di loro: curare i loro alberi, raccoglierne i frutti verdi e neri, farne olio. Non mi viene in mente azione più innocua, persino romantica per noi cittadini urbanizzati. Se non fosse che per i coloni che vivono poco distanti quella è terra di Israele, promessa dalla Bibbia, rubata dagli Arabi, e loro dovere è riconquistarla ad ogni costo, con ogni mezzo. Nè più, nè meno.

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