AMARCORD – 2 AGOSTO, LA STRAGE ALLA STAZIONE DI BOLOGNA

Quando l’estate è proprio estate, Bologna, lo sappiamo, è torrida e afosa. Quell’estate non faceva eccezione. Avevo ‘quasi ventun’anni’, perché allora ci si teneva a sottolineare che si era ormai ‘grandi’ e non sapevamo che, qualche anno dopo, avremmo preferito essere più giovani. Studiavo all’Università e collaboravo, da poco, a Punto Radio, che all’epoca era la radio ufficiale del Partito Comunista Italiano. Ma la ‘tessera’ non l’ho mai presa, un po’ perché mi sentivo ‘più di sinistra’ di loro, dove per ‘sinistra’ -per me- significava essere senza tanti ‘paletti’ e avere una mente aperta a 360 gradi, un pò perché ero una di quelle tipe che, come diceva Groucho Marx (che aveva tanti fratelli, ma nessuno si chiamava Karl), “non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi soci uno come me”. Sono ancora così, dev’essere un cromosoma refrattario alla standardizzazione.

Ero a letto anche se ormai erano passate le 10, ma preferivo studiare di notte e, quindi, mi svegliavo tardi. Sono ancora così, dev’essere un disturbo congenito del ritmo circadiano. Continue reading

PAROLE COME DIAMANTI: LA STORIA DI ELSA MORANTE

Questa rubrica vorrebbe occuparsi dei libri che rimangono, cioè di quelli che hanno molto da dire, qualcosa di essenziale da trasmettere aldilà degli anni, delle generazioni, dei pensieri, dei cambiamenti sociali e politici. In sostanza, dei cosiddetti ‘classici’ che, definiti così, sono antipatici a prescindere perché ricordano la scuola, la prof. arcigna, i detestati Promessi sposi e tutte quelle cose che avremmo preferito evitare.

Invece quelli che vengono classificati come classici, in genere, sono quei testi che, una volta letti, non puoi scordare perché evocano una condizione umana che persiste nonostante la distanza temporale.

Durante quest’anno (2015) si sono ricordati  due episodi fondamentali della storia italiana (e non solo): il centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale e i 70 anni della fine della Seconda e, per la maggior parte di noi, questi conflitti sono una nozione storica, una commemorazione, una fotografia sbiadita su una pagina web; per i più ‘fortunati’ –mi viene da dire- il ricordo di genitori, nonni, bisnonni.  Continue reading

SENZA TREGUA: FAR PARTI UGUALI TRA DISEGUALI

“L’occidente difende se stesso se difende Israele,
se difende la sicurezza in quella parte del mondo”
(Angelino Alfano)

Quando viene annunciata la tregua a Gaza, la Cisgiordania festeggia, movimento irriflesso di un unico corpo diviso. I venditori di cahua (caffè) ne offrono bicchieri ai passanti, sorridendo, e mentre cammino per strada percepisco come una distensione di membra contratte, un sospiro generalizzato per un massacro che rimane in sospeso. Eppure, da queste parti l’entusiasmo è un fuoco di paglia, e la realtà un secchio d’acqua gelida. Continue reading

AMARCORD: 11 MARZO 1977, FRANCESCO LORUSSO

AMARCORD: 11 MARZO 1977, FRANCESCO LORUSSO1

L’11 marzo 1977 si assisteva all’assassinio di Francesco Lorusso, venticinquenne studente di Medicina e militante di Lotta Continua.
Il 1977, per Bologna, fu un anno particolare, segnato da scontri violenti sia dal punto di vista ideologico che da quello istituzionale.
Per chi è troppo giovane per sapere, riassumiamo il contesto: erano anni di grande fermento ideologico, sia da parte della sinistra che della destra; in particolare, gli elementi ‘estremisti’, diciamo così, contestavano la politica dei ‘padri’, ovvero quella dei partiti istituzionali. Così, da ambo le fazioni, si crearono molti movimenti extraparlamentari (cioè non rappresentati in Parlamento) molto critici nei confronti della politica istituzionale. Alcuni di questi gruppi o alcuni individui che facevano parte di questi gruppi confluirono in organizzazioni terroristiche. Continue reading

EDITORIALE DEL PRESIDENTE: MARTA FRANCESCHINI – I LIBRI E LE DONNE

L’Aperitivo a Tema del 14/05/2015, ‹‹Marta Franceschini, i libri, le donne››, si è concretizzato come un importante momento di vita associativa, in cui, ancora una volta, perimetri e confini sono stati spostati, confusi e riannodati: un incontro per conoscere il talento e la produzione artistica di una scrittrice, una narrazione su Laura Bassi, un pretesto per parlare di donne al di là di ideologie e sterili categorizzazioni.
Con le modalità proprie di Metro-Polis, in cui cultura e leggerezza si stringono in un sinolo indissolubile, abbiamo premesso al dialogo con Marta Franceschini una narrazione collettiva di quattro profili per noi significativi: un’ideale e bizzarra introduzione alla nostra ospite e alla figura di Laura Bassi. Di questo è possibile leggere in ‹‹Quattro biografie di donne››. Continue reading

INTERVISTA A LUCA PASTORE

Metro-Polis nasce con l’intento di aggregare, di mettere insieme, di far dialogare persone, realtà e istanze diverse; di più, questa manifesta volontà viene assunta dalla nostra associazione quale pilastro fondatore delle proprie attività, tanto che abbiamo voluto in un qualche modo istituzionalizzarlo all’interno del nostro statuto, annoverando tra gli scopi del nostro agire quanto segue: ‹‹Costruire una reale Rete di Relazioni umane, facendo di Metro-Polis un ponte tra persone, generazioni, generi, sessi, cittadini, etc…››.
Costruire una simile rete non sempre è risultato semplice: c’è molto sospetto nei confronti di un’associazione neonata come la nostra, vi sono idoli burocratici a cui pagare ingenerosi tributi e, molto più semplicemente, non tutte le realtà associative condividono la nostra voglia di incontro e confronto. Ma Metro-Polis è incontro, è rete ed è ponte. In poco più di due fecondi anni di attività abbiamo ospitato (e siamo stati ospitati da) diverse persone, associazioni e realtà a noi affini ma portatrici di un’inesauribile e bella diversità. Essere una rete, farsi centro decentrato di relazioni, non sarà semplice ma nel momento in cui avviene si dischiudono veri e propri scrigni di meraviglia: vedersi, toccarsi e ascoltarsi sono gli impulsi propulsivi di ogni tipo di crescita.

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LE OSTRICHE DI GENGIS KHAN

«Per le ostriche l’argomento più interessante deve esser quello che tratta delle insidie del gambero, o del coltello del palombaro che le stacca dallo scoglio» (Giovanni Verga, Fantasticheria)

Khalid al-Sanih Daraghmah ha dei bei baffi e occhi vispi, sempre in movimento. Parla un arabo veloce, senza prendere fiato, Khalid non ha tempo da perdere. Le parole si affollano, inseguono il pensiero senza mai raggiungerlo. In inglese sa solo dire, o meglio gridare, “Why this?” e “This for me”, ma queste due frasi racchiudono quasi tutto quello che vuole comunicare: l’insensatezza di ciò che subisce, la consapevolezza che continuerà a resistere. Continue reading

GIOCARE ALLA GUERRA

Riassunto delle puntate precedenti:

1948, anno dell’indipendenza per Israele, per i Palestinesi Nakba, la Catastrofe. Ben Guriom e gli amici suoi pianificano e attuano con mirabile efficacia il cosiddetto Piano Dalet, ovvero la pulizia etnica del territorio che ora è considerato Israele. Centinaia di villaggi distrutti e circa 800.000 palestinesi in fuga, convinti di poter presto tornare. A 64 anni di distanza, loro e i loro figli e nipoti vivono nei campi profughi in Cisgiordandia come a Gaza, in Siria come in Libano e in Giordania. Ad oggi, i rifugiati palestinesi nel mondo si calcolano intorno ai 5 milioni, contro i 6,1 milioni di palestinesi in Cisgiordania e Gaza. Quale futuro per queste persone? Nessuna possibilità di ritorno nelle loro case, perché  Israele, secondo la definizione ufficiale, è uno Stato democratico ed ebraico, il che implica la necessaria superiorità demografica degli Ebrei sulle altre minoranze. È solo in quest’ottica che si possono capire le politiche sioniste, solo così si comprende perché la Nakba non è mai finita, dall’occupazione completa della Palestina storica (Gerusalemme compresa) nel 1967, alle quotidiane demolizioni di case in Valle del Giordano come a sud di Hebron come a Gerusalemme Est, all’espansione delle colonie e all’appropriazione delle risorse idriche. La lente di lettura che, credo, unisca tutti i tasselli è proprio l’adagio il massimo di terra con il minimo di Palestinesi. Non è quindi mera conquista, la guerra si gioca anche sul piano demografico. È per questo che la West Bank non è stata semplicemente annessa allo Stato di israele: la popolazione non ebrea sarebbe più numerosa. Idem per Gaza: tutti questi territori vanno bonificati dagli Arabi. Una pulizia etnica strisciante e costante, creativa e diversficata: divide et impera, certo, ma anche ubi solitudinem faciunt, pacem appellant. Desertificare per ripopolare. Continue reading

Gaza è ricchezza sterminata

Non riesco a pensare. Qualcosa è cambiato, mi viene da dire, perché sta avvenendo l’impensabile, l’incredibile, e non ci sono parole ma solo sgomento. Al contempo, niente cambia, tutto ritorna: il piombo è ancora fuso e già una colonna di nuvole si erge su Gaza. Ma non sono nuvole, è il fumo dei bombardamenti.

Davanti all’orrore, allo sgomento, l’unico pensiero che ho in testa, dopo tutti i perché senza risposta, dopo l’incapacità di afferare anche solo un lembo di questa follia, l’unico pensiero che riesco a formulare è sciocco, maledettamente ininfluente. Perché quella che in ebraico è l’operazione Pilastro di Nuvole è stata tradotta in inglese dall’Israeli Defense Force per il mondo con i termini Pilastro della Difesa? Continue reading

FAR FIORIRE IL DESERTO (parte 2)

Sono in un appartamento di Tel Aviv. Seduti davanti a me ci sono Tom  e Schlomo, due giovani attivisti israeliani. Discutiamo da un’ora su ciò che meno conosco e comprendo, ovvero il punto di vista israeliano sull’occupazione. Occupazione che viene ridotta, anche lessicalmente, a conflitto, termine che suggerisce uno scontro tra attori sullo stesso piano. Alla fine, poi, il conflitto stesso viene normalizzato, diventa una quotidianità indifferente e allo stesso tempo si allontana, si fa silenzioso, viene digerito e interiorizzato.

L’intera società israeliana è pervasa dalla guerra, anche al suo interno. Il militarismo è l’altra faccia del sionismo. La mobilitazione totale ne è condizione necessaria. Schlomo racconta: «L’esercito è una presenza costante agli occhi dei bambini. Ricordo un gioco, alla materna, che consisteva nel collegare un’immagine ad un’altra immagine della stessa categoria. C’era un fucile disegnato, e bisognava tracciare una riga che portasse ad una colomba o ad un ramo d’ulivo. Alle elementari invece ci facevano scrivere letterine di ringraziamento ai soldati, e preparavamo per loro dei dolcetti da portare in caserma. Alle superiori spesso il supplente era una soldatessa che ci raccontava l’importanza e la bellezza di servire il proprio Paese».
Prosegue Tom: «L’esercito è la cosa più sacra, è intoccabile, non si può criticarlo in nessun modo. Ancora oggi, gli obiettori di coscienza possono evitare la leva obbligatoria solo per ragioni di salute o di salute mentale. Sennò vai in carcere, finché non vieni considerato non idoneo al servizio militare. Senza contare le pressioni familiari e sociali che devi subire se decidi di non prendere parte alle politiche di questo Stato di Apartheid».

Insisto, chiedo come sia possibile questo consenso così ampio intorno ad un disegno criminale che va avanti, imperterrito, da decenni. Tom ha una sua tesi al riguardo: «C’è un lavaggio del cervello costante che sfrutta il concetto di sicurezza. Parlare di continuo di sicurezza fa nascere la paura, e con la paura si può fare di tutto». Mi cita una frase attribuita nientemeno che a Herman Goering: «Ovviamente, la gente non vuole la guerra. Perché mai un contadino pezzente dovrebbe rischiare la vita in guerra quando il massimo che ne può ottenere è tornare alla sua fattoria tutto intero? Naturalmente, la gente comune non vuole la guerra; né in Russia, né in Inghilterra, né America, e per quello neanche in Germania. Questo è ben chiaro. Ma, dopo tutto, sono i capi della nazione a determinarne la politica, ed è sempre piuttosto semplice trascinare la gente dove si vuole, sia all’interno di una democrazia, che in una dittatura fascista o in un parlamento o in una dittatura comunista. […] La gente può sempre essere condotta ad ubbidire ai capi. È facile. Si deve solo dirgli che sono attaccati e accusare i pacifisti di mancanza di patriottismo e di esporre il paese al pericolo. Funziona allo stesso modo in qualunque paese».

2011palestinan_map1-300x204Non basta. Tom aggiunge, con voce ferma, che «in realtà la maggior parte degli Israeliani non è estremista come i coloni. È solo apatica: gli Israeliani impiegano moltissime fatiche e sforzi continui nel non volere vedere». Schlomo mi racconta allora della sua personale presa di coscienza: «Sono nato in kibbutz. Tutti erano molto militaristi e molto sionisti, lì dentro. Un giorno, ero ancora un bambino, vidi un villaggio abbandonato, poco lontano dal mio kibbutz. Cominciai a chiedere in giro perché quelle case fossero vuote, sembrava che non ci vivesse nessuno da decine d’anni. Nessuno mi rispondeva, sviavano le mie domande o mentivano. Fu allora che compresi che c’era qualcosa di nascosto, qualcosa di cui non si poteva parlare. Quello era uno dei villaggi ripuliti durante la Nakba, i cui abitanti e i loro discendenti vivono, forse, in un campo profughi da qualche parte, senza poter ritornare». Continue reading