di Federica Stagni
L’astensione di novantotto senatori al voto per l’istituzione di una Commissione contro l’odio e la discriminazione razziale è un fatto molto grave. Il 31 ottobre la mozione per istituire una commissione straordinaria contro odio, razzismo e antisemitismo, proposta dalla senatrice a vita Liliana Segre non ha ottenuto l’unanimità come sperato. Al contrario l’aula del Senato l’ha approvata con 151 voti favorevoli, nessun voto contrario e 98 astensioni. Il voto unanime di tutto il Senato sarebbe stato un segnale forte e simbolico. La Lega e FDI si sono astenuti sulla costituzione della commissione proposta dalla senatrice contro chi istiga all’odio e alla violenza. A questo sono seguite minacce, insulti e la comparsa di uno striscione contro l’evento organizzato dalla Senatrice a vita nella notte del 5 Novembre. In questi episodi si può osservare una matrice razzista e antisemita. Infatti, la persona coinvolta, Liliana Segre, è stata attaccata sulla base della sua identità religiosa in quanto ebrea sopravvissuta a uno degli eventi più tragici della storia europea del secolo scorso. Diversamente, esprimere idee di natura critica nei confronti dello stato d’Israele non è un’espressione di antisemitismo paragonabile a insulti razzisti. Continue reading
Poi arriva il senso d’impotenza
Partire non è mai facile. Lasciare la propria casa, le persone che si conoscono da sempre e i luoghi in cui si è cresciuti, è un gesto coraggioso. Ma nella vita bisogna avere coraggio, bisogna essere capaci di correre dei rischi altrimenti non ci sarebbero storie incredibili da raccontare e bellissimi libri di avventure da leggere. Quando poi si decide di essere abbastanza coraggiosi per partire è altrettanto necessario ritrovarsi capaci di stupore. Lasciarsi sorprendere, stupirsi, perché solo in questo modo si è in grado di imparare qualcosa di più dal luogo in cui si è ospiti. Non si può sapere tutto, c’è sempre un margine d’imprevedibilità che è comunque bene mettere in conto. Allo stesso modo è fondamentale lasciare da parte quell’inevitabile etnocentrismo che noi occidentali ci portiamo sempre dietro come la nostra ombra. 
Questi primi giorni dopo il mio arrivo si sono susseguiti in maniera lineare e senza troppi sconvolgimenti, la mattina preparo le lezioni e al pomeriggio tengo due corsi d’inglese. Dalle 13 alle 16 seguo bambini dagli 8 agli 11 anni e provo ad insegnargli un inglese basilare, per ora abbiamo fatto l’alfabeto, i numeri e qualche frase semplice come “what’s your name?”, “How old are you?” e così via. Con loro faccio particolarmente fatica dal momento che il mio arabo si limita a “grazie” e “ciao”. Cerco di lavorare principalmente con immagini. Dalle 16 alle 18 invece, provo a fare conversazione e inglese “avanzato” con ragazzini di età compresa fra i 12 e i 14 anni. Saif, 14 anni, spicca immediatamente rispetto agli altri. Non parla benissimo l’inglese ma capisce molto meglio di qualunque altro suo compagno. Mi ha dato l’idea di essere uno di quei ragazzi che in generale s’impegna molto a prescindere da ciò che fa. Quando finiamo le lezioni di gruppo resta sempre un po’ più degli altri e mi chiede di raccontargli della mia città, della mia vita in Italia e di quello che vorrei fare “da grande”. 